EDITORIALE – Il commiato dell’unico Principe

EDITORIALE – Il commiato dell’unico Principe

L’editoriale del lunedì, dedicato all’addio al calcio di Diego Alberto Milito, indimenticabile Principe nerazzurro

Sembra quasi che l’abbia fatto apposta, quella vecchia volpe di Diego Milito. Sembra quasi che abbia pianificato tutto, tanto è stata perfetta la scelta del momento in cui ha deciso di salutare il calcio giocato. Sembra quasi che gli dèi del calcio lo abbiano come ispirato, affinché potesse scegliere una data che si sovrapponesse perfettamente a quella che lo ha immortalato per sempre nel cuore di tutti gli interisti e, più in generale, nella stima di tanti appassionati di calcio non per forza connessi ai colori nerazzurri da vincoli di sorta.

Il Principe del Bernal, infatti, ha appeso gli scarpini al chiodo subito dopo la partita che il suo Racing Club di Avellaneda ha giocato nella (nostra) notte tra sabato e domenica, il che significa che, per noi europei, il 22 più amato della storia del Biscione ha fatto calare il sipario sulla sua carriera il 22 maggio, nel sesto anniversario della notte più dolce degli ultimi quarant’anni, quella di Madrid. Una coincidenza talmente perfetta che viene davvero difficile poter credere che sia stata totalmente casuale: dire addio esattamente sei anni dopo essere entrato nell’Olimpo è qualcosa degno di un grande sceneggiatore.

Così come degno di un grande sceneggiatore è anche il viaggio che ha portato Diego, dall’Argentina con furore, a diventare un idolo indiscusso per tutto il popolo nerazzurro: le vittorie l’hanno chiaramente agevolato moltissimo, è fuor di dubbio, ma Milito ci ha messo anche tutto sé stesso. In primis per prendersi quel proscenio internazionale che la carriera gli aveva fino a quel momento negato e poi per rubare il cuore a ogni tifoso. E ha conquistato la platea nell’unico modo in cui sapeva farlo, a suon di gol ed esultanze: il pugno chiuso sotto la tribuna, l’indice teso a indicare chi gli aveva fatto l’assist oppure le braccia aperte di Madrid o a Milano, la sera in cui a San Siro cadde il Barcellona.

Ma se amarlo l’anno del Triplete è stato semplicissimo per tutti, è nei due anni successivi che si è visto fino in fondo chi era stato stregato fino in fondo dal suo sguardo malinconico da bandolero stanco perché Diego un errore l’ha fatto, come in ogni storia d’amore che si rispetti. È successo anche quello sei anni fa precisi, poco dopo la finale, col cadavere del Bayern Monaco appena matato che ancora fumava. Milito nicchiò su una domanda relativa al suo futuro, dicendo che non sapeva se sarebbe rimasto perché aveva delle offerte. Un colpo al cuore, una piccola nota amara in una serata perfetta. Tanto più perché arrivava completamente inaspettata.

Sono molti quelli che non gliela perdonarono, tanti altri si sentirono invece traditi nel profondo. In realtà, mal consigliato e sbagliando completamente il contesto, quella di Diego non era altro che una rivendicazione sindacale che voleva semplicemente dire: “Sono venuto qui a guadagnare meno di Amantino Mancini e Quaresma senza problemi ma poi ho segnato tanto e tutte le volte che contava per vincere: è possibile prendere qualcosa in più? Dopo tutto me lo merito visto che Eto’o prende il triplo rispetto a me e ha fatto la metà dei gol”. Una richiesta legittima il cui pessimo tempismo ha però fomentato un ritratto molto poco veritiero del giocatore, da lì in poi inquadrato da una buona maggioranza dei supporter come ingrato (quando non come mercenario insensibile).

Ma non è solo lo scivolone di Dieguito a mettere a dura prova la fede nel Principe argentino perché ci si mette anche il rendimento del 2010/2011: complice anche qualche acciacco fastidioso di troppo, la stagione si conclude con appena otto gol tra tutte le competizioni, uno score impietoso se si considerano i 30 centri dell’anno prima – non bastano i gol in finale di Coppa del Mondo per Club o di Coppa Italia ad addolcire la pillola: il giocatore non pare più lo stesso. Infatti molti pensano che Milito sia un giocatore finito, non un campione vero ma solo un normale attaccante che ha azzeccato l’anno di grazia e altrettanti mugugnano ancor più rumorosamente nei primissimi mesi dell’anno successivo, quando il 22 albiceleste fatica enormemente a sbloccarsi, lasciando presagire che la sua annata sarà sulla falsariga di quella precedente.

Nulla di più sbagliato visto che sarà invece la stagione del record di gol in Serie A con l’Inter (24, contro i 22 dell’anno della Tripletta) e, alla fine, il rendimento ancora una volta sopra le righe del Principe sarà unanimemente considerato come una delle poche note positive di quell’annata sfortunata – le tante reti pesano come macigni anche in virtù del gioco arrancante e indeciso della squadra: Milito segna a ripetizione nonostante abbia al suo servizio dei compagni molto al di sotto del livello esibito due anni prima.

Il giro di giostra successivo è quello in cui c’è fin dall’inizio Stramaccioni al comando delle operazioni ed è sostanzialmente la fine della titolarità del Principe a Milano: dopo una buona prima parte di stagione condita anche dalla doppietta rifilata alla Juventus in occasione del primo storico ko inflitto ai bianconeri nel loro Stadium griffato e fresco di stucco, Diego si fa male una prima volta. Stringe i denti, la squadra è calata e c’è bisogno di lui perciò torna in campo: nemmeno il tempo di incominciare la partita contro il Cluj che Milito è nuovamente a terra, che si rigira dal dolore. Il suo anno è finito a metà febbraio e tornerà solo nel settembre seguente mentre tutti gli interisti assistono a un finale di stagione indecente e vivono un’estate di transizione assoluta.

Nel frattempo, peraltro, arriva Mazzarri, che promuove titolare imprescindibile Palacio e cerca di capire quanto fidarsi di Icardi che, nel frattempo, è anche lui atterrato alla Pinetina. Il Principe recupera lentamente dal ko e si trova attorniato da una concorrenza mai avuta nelle stagioni precedenti. O meglio, per la prima volta da che è all’Inter, Milito non è automaticamente il centravanti titolare della squadra. Recupera e torna in campo contro il Sassuolo con una doppietta e un assist ma poco dopo si fa male un’altra volta e, sostanzialmente, smette di avere concrete chance di andare spesso in campo se non come subentrante (cosa che avviene raramente). Gioca la sua ultima partita in nerazzurro il 18 maggio 2014 dopo aver salutato la settimana prima il pubblico di San Siro.

Il resto è Storia (con la S maiuscola visto il titolo riportato al Cilindro dopo quasi quindici anni) recente del Racing: l’Academia ha fallito la missione Libertadores ma questo non rovina l’immagine che Diego Alberto Milito ha lasciato presso i tifosi biancazzurri, probabilmente gli unici in tutto il mondo in grado di comprendere tanto quanto gli interisti che benedizione è stata avere il Principe in squadra (e, forse, persino di più).

Adiós, DIeguito, y suerte. Nosotros no olvidamos que Milito hay uno solo!

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