EDITORIALE – Davide Astori e il volto umano del Calcio

EDITORIALE – Davide Astori e il volto umano del Calcio

Il calcio si riscopre fatto di uomini. La morte di Davide Astori ha fermato anche il derby di Milano. Nel dolore della fine di una vita, si renda onore al ricordo, alla famiglia e a chi indosserà la fascia da capitano

di Aldo Macchi

La data del 4 marzo rimarrà nella memoria e nella storia italiana per diversi motivi. Sicuramente per le elezioni nazionali, ma anche per il tremendo risveglio di tutti gli sportivi che si sono scontrati con il tema della morte: da quella stanza dell’hotel di Udine dove stava vivendo le ore di attesa della sfida tra la sua Fiorentine e l’Udinese, è uscito il dramma della fine. La morte di Davide Astori, capitano della propria squadra, giocatore che ha vestito la maglia della Nazionale, un ragazzo di 31 anni, un marito e un giovane padre. Lo sport si riscopre fatto di uomini e relazioni. I giocatori “strapagati” emergono come amici travolti e sopraffatti dal dolore. Il calcio si ferma.

LO STOP DELLA GARA – Immediata la richiesta da parte dei compagni di squadra di non scendere in campo. Nessun tentennamento sull’accogliere tale richiesta. Poi il tam tam di telefonate, messaggi, tweet. Anche da Cagliari arriva la stessa richiesta: contro il Genoa non si gioca. Il commissario straordinario Giovanni Malagò valuta e si confronta con gli altri addetti ai lavori. La serie A si ferma. Una decisione che sembra scontata, ma che nasconde molta umanità in uno dei mondi spesso indicato come servo del vil denaro. Non si fanno eccezioni, neppure per il derby di Milano. Non si giocherà nemmeno Inter-Milan, la partita da record di spettatori allo stadio e con i diritti televisivi all’estero tra i più quotati. No. Il calcio è fatto di esseri umani e il dolore merita di essere vissuto. Privatamente.

I DUE VOLTI DELL’ESSERE UMANO – Quando ti trovi di fronte alla fine emerge la sensibilità che è l’elemento che più identifica l’individuo da concepire come singolo uomo. Ognuno di noi reagisce in modo differente a una ferita. Nasconde la sofferenza, la palesa in modo evidente per cercare sostegno, cerca di offrire un contributo, chiede rispetto e silenzio dal mondo circostante. E poi c’è chi la morte la usa per i propri fini, le proprie goliardate. Nasce la battuta cinica, ma viene anche messa nero su bianco: su uno striscione, oppure nel web. E parte la gogna mediatica, la denuncia, la voglia di riversare tutta la propria frustrazione verso l’oggettiva imbecillità di persone che hanno perso l’opportunità di tacere. Come a Bari, sul cavalcavia poco dopo l’uscita 11 di Poggiofranco. Uno striscione: <Perché Astori e non Masiello?>. Un riferimento al calcioscommesse, una banalizzazione macabra e vendicativa di un tifo che si sente in dovere e diritto di parlare per forza. Come quei tifosi del Napoli che si sono concessi il lusso di scrivere <Astori, non potevi morire prima Napoli Roma?>. Un post pubblicato, cancellato, definito un fake, lontano dalla posizione ufficiale dei tifosi napoletani che al capitano viola hanno dedicato una lettera. Fanno male certe frasi. Sono macigni che corrono il rischio di portare alla generalizzazione. Sono dolore che si somma al dolore. Colpisce la leggerezza con cui vengono affidate alla memoria.

I DUE VOLTI DELLA MORTE – Quella stessa memoria che corre al 14 aprile del 2012: lì la morte è andata in onda in diretta. Piermario Morosini, con la maglia del Livorno, a Pescara, per una gara di serie B. Quegli occhi sbarrati hanno fatto il giro del mondo, colpendo la sensibilità di tutti. Astori se ne è andato nella sua stanza di albergo. Paradossalmente conoscere la morte senza vederla aumenta l’effetto della sua portata. Siamo tempestati di immagini di morte, vere o fittizie. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Ma quando muore qualcuno che hai sempre e solo visto vivo, qualcosa dentro cambia. Dalla ricostruzione di quei momenti emerge che solo l’allenatore, Stefano Pioli, e il club manager, Giancarlo Antognoni, sono entrati in quella stanza. Nessuno dei compagni lo ha fatto. Alcuni di loro ancora attendono che esca e che arrivi a fare colazione, così come doveva essere. La morte di Davide Astori non ha visto accuse ai soccorsi, alla sicurezza negli stadi. Ha visto morire un uomo, nel modo più improvviso possibile.

LA MAGLIA NUMERO 13 – Si ritirerà la maglia numero 13. Lo vogliono fare a Cagliare e a Firenze. Non sono mancate le prime fake news, come il rinnovo del contratto del trentunenne di origini bergamasche, per devolvere la cifra alla famiglia. Ciò non esclude un intervento della Fiorentina a sostegno della famiglia, come ha confermato lo stesso Malagò ma, ancora una volta, lo sciacallaggio ha preso il sopravvento anche su una vicenda che si sta muovendo su un confine sottile tra il riserbo e la platealità. Ed è per questo che, da interista, da ragazzo vicino all’età di Astori, da essere umano, dedico un pensiero a quella famiglia. Alla moglie, alla figlia. Al loro futuro, e all’onore che dovrà avere la piccola nel guardare i messaggi dedicati al padre nel giorno peggiore della sua vita. Ed infine, un pensiero che stringe lo stomaco, va a colui che prenderà quella fascia da capitano, quando anche il dolore raggiungerà il momento doveroso della pagina che si gira. Il peso di quella fascia, di una squadra che si raccoglie e ricorda. Che vale più di una partita rimandata, più del minuto di silenzio per le partite europee. Vale, forse, anche più del ritiro della maglia numero 13. Perché sarà la forza di un gruppo di uomini che giocherà nel ricordo di un amico che non ha solo fatto tardi ad arrivare a colazione e che, fisicamente, non potranno più avere con loro, ma che sentiranno in modo ancor più vivido di quando, dal cuore dell’area, li dirigeva da vero leader.

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