EDITORIALE – L’importanza genetica

EDITORIALE – L’importanza genetica

È difficile trovare le parole per commentare questi due ultimi giorni di Inter. È difficile perché ergersi sopra l’ormai consueto mare magnum di commenti denigratori sulla sfilza di 1-0 che ha permesso alla banda Mancini di issarsi al primo posto è difficile tanto quanto lo è cercare di resistere alla melliflua tentazione di sdilinquirsi in un fiume di elogi; insomma, mantenere un minimo di obiettività pare una missione sostanzialmente impossibile ai più ma noi – come sempre – ci proviamo, tentando anche di dare una lettura alternativa alle due vulgate attualmente imperanti.

In particolare, è forse particolarmente interessante soffermarsi sull’atteggiamento tenuto dal Biscione contro la Roma: senz’altro remissivo, indubbiamente sotto-ritmo, chiaramente attendista. Ma (e questa congiunzione avversativa va sottolineata diverse volte) vincente. Non bisogna nascondersi dietro un dito, la partita è stata molto intensa, viva e nervosamente vibrante ma senz’altro piuttosto aliena dal concetto di calcio champagne comunemente inteso: i giallorossi hanno fatto del loro meglio per attirare l’Inter nella loro ragnatela e poi sfruttare eventuali spazi creatisi dall’avanzata nerazzurra Solo che – a differenza per esempio della gara contro la Fiorentina – le avanzate nerazzurre sono state piuttosto rare proprio a causa della compattezza difensiva voluta (e ottenuta) dal Mancio, sicché anche gli ospiti hanno potuto pungere ben poco, sbagliando oltretutto le poche occasioni avute per fare gol.

Ebbene, si nota già qualcosa da questa lettura della partita? Già, proprio la rinuncia a imporre il predominio territoriale e quella sorta di “pressione fisica” che in questo inizio di campionato sono stati tra le principali armi dell’Inter per una più canonica filosofia di ripartenza, possibilmente alta. È ancora presto per dire se Mancini deciderà di utilizzare questo abito tattico in maniera stabile d’ora in poi oppure se sarà un’arma che vedremo di quando in quando: senza dubbio, l’atteggiamento mostrato contro la Roma è quello che più spesso è stato un marchio di fabbrica nerazzurro lungo tutto l’arco della prestigiosa storia interista, il minimo comun denominatore di tantissimi successi della Beneamata negli ultimi trent’anni.

In questo senso, si può parlare della scelta sistematica del contropiede adoperata dal mister jesino sabato scorso come di un patrimonio fondamentale del genoma nerazzurro da tempo immemore e va reso merito a Mancini di aver saputo quando e come rispolverarlo al meglio, riattivando dei percorsi genico-neurali sopiti da più di un anno. Non solo: il Mancio non ha solo adottato la filosofia più congeniale al tipo di partita e all’avversario ma ha anche indovinato i giusti interpreti per questo particolare tipo di canovaccio, intuendo forse per la prima volta in stagione che la rosa a sua disposizione manca di almeno un paio di elementi chiave per poter vincere imponendo il proprio possesso del pallone. Infatti, avendo a disposizione un centrocampo perlopiù dinamico e di contenimento che non d’impostazione, pensare di passare indenni dall’imposizione del proprio gioco fatto di baricentro mediamente alto e ritmi sostenuti solo a tratti su una contendente dal tasso tecnico altissimo come la Roma era semplicemente impensabile, nonostante fosse esattamente quello in cui Garcia sperava per colpire a sua volta in contropiede e sfruttare gli spazi alle spalle dei terzini con la velocità di Salah e Gervinho.

Com’è andata a finire lo sappiamo tutti e, come non abbiamo mancato di criticarlo, stavolta Mancini merita davvero un bell’elogio perché ha saputo guardare alla storia del suo club – che ormai conosce a menadito e che ha anche contribuito oggettivamente a scrivere – e da essa trarre uno spunto utile per individuare un’alternativa credibile alle armi affinate durante le prime dieci giornate di Serie A (le quali, peraltro, iniziavano a non essere più sufficientemente contundenti, come hanno dimostrato le prestazioni – più ancora che i risultati – di Palermo o Bologna).

Del resto è noto a chiunque abbia seguito le vicende del Biscione nell’ultimo trentennio: il cuore nerazzurro batte sempre più forte in ripartenza.

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