EDITORIALE – Presente, futuro e fallimento della retorica da “sono tutte finali”

EDITORIALE – Presente, futuro e fallimento della retorica da “sono tutte finali”

Il nostro editoriale del lunedì sera, oggi obbligatoriamente proiettato al futuro in modo disincantato e oggettivo ma comunque poco incline alla rottamazione fine a sé stessa. L’imperativo morale è ora rialzarsi, possibilmente traendo risposte utili per il futuro e soddisfacenti per il presente grazie al campo più che alla retorica…

Così non si va proprio da nessuna parte. Una settimana (o quasi) fa eravamo qui a interrogarci, anzi, a chiederci, anzi – meglio ancora – a chiedere all’Inter non tanto di vincere sempre, non tanto di raggiungere davvero il terzo posto, né tanto meno di fare calcio spettacolo. Chiedevamo ai nerazzurri semplicemente di combattere in maniera convinta e andare fino in fondo alla stagione, domenica dopo domenica, lasciando la pelle sul campo – per citare un non proprio fortunatissimo slogan adottato dal Barcellona alla vigilia di una partita giocata nel 2010 che tutti ricordiamo. Bene, se era vero che di fronte all’Inter si paravano otto finali, ora ne restano sette e palesemente la prima di questa serie non è stata in alcun modo giocata come se fosse una finale.

L’Inter, per la seconda volta in stagione, ha perso una partita dopo essere andata in vantaggio (grazie a un calcio di rigore, peraltro) solo che stavolta è successo in casa e non contro una concorrente diretta, bensì con un Torino che non è nemmeno la pallida copia della compagine ammirata lo scorso anno o quello precedente (e che era persino privo del suo miglior giocatore). Per l’ennesima volta in stagione, non è tanto la sconfitta a essere inaccettabile, quanto il modo in cui è maturata: un’attenzione tattica veramente insufficiente (considerando l’importanza capitale che potevano avere i tre punti ieri sera, soprattutto pensando al risultato della Fiorentina), una cattiveria agonistica praticamente inesistente e nessuna idea veramente costruttiva e collettiva da centrocampo in su. Per farla breve, è tornata in scena l’Inter di gennaio e febbraio. Non ci era mancata, onestamente.

Il timore è che la spinta derivante dall’impresa (ancorché infruttifera) di Coppa Italia contro la Juventus si sia già esaurita. È una prospettiva piuttosto triste ma sicuramente, anche qui per l’ennesima volta quest’anno, adesso tocca a Mancini rimettere nuovamente insieme tutti i cocci e ricominciare da capo il suo lavoro. Ormai non c’è più tempo per dare un’identità di gioco coerente a questa squadra, il termine ultimissimo è scaduto da due mesi abbondanti, però bisogna perlomeno recuperare l’atteggiamento giusto. Grazie alla discontinuità della Fiorentina, sostanzialmente pari a quella nerazzurra, il quarto posto rimane ancora ampiamente alla portata ma, come sempre accade quando si insegue, non solo bisognerà macinare punti su punti ma pure sperare in qualche passo falso dei gigliati, il che potrebbe diventare anche frustrante.

Ora è ironicamente molto amaro pensare che, dopo le partite delle 15.00 di ieri, qualche solone calcistico televisivo commentava baldanzoso che l’Inter avrebbe potuto addirittura pensare di inserirsi nella scia della Roma e mettere nel mirino il Napoli, visto che a brevissimo ci sarà anche lo scontro diretto. La verità è che le prime tre sono fuori dalla portata del Biscione e da ben prima di ieri.

La dura realtà odierna parla di una squadra che, nel 2016, ha fallito ogni esame di maturità che s’è trovata davanti, a partire dall’ultima gara del 2015, quell’Inter-Lazio che alla fin fine non è stato altro che una fosca premonizione su quanto aspettasse l’Inter col cambio di calendario. Dalla semifinale di Coppa Italia – buttata via all’andata – passando per il derby di ritorno, per le trasferte a Firenze e allo Juventus Stadium, fino ad arrivare ai punti gettati all’inferno in casa contro Carpi, Sassuolo e Torino. Tutte partite potenzialmente decisive non solo a posteriori ma anche in ottica contingente che hanno portato in totale un solo punto, di fatto vanificando anche gli sforzi estemporanei fatti contro la Roma all’Olimpico o contro il Napoli in Coppa Italia – prestazioni insolitamente convincenti che hanno illuso tifosi e tecnico di poter fare di più.

Nonostante il quadro sia nel complesso deludente, non tutto è però da buttare: a differenza degli ultimi tre anni, oggi la rosa ha oggettivamente delle buone potenzialità e delle individualità superiori, nel complesso, a quella di dodici, ventiquattro o trentasei mesi fa. Capiamoci, il roster è ampiamente perfettibile e tuttora incompleto, soprattutto a centrocampo, ma una buona base c’è per davvero. Ora si tratta di non buttare tutto a catafascio e la speranza è che nonostante il mancato accesso alla Coppa dei Campioni si riesca a evitare di smantellare l’attuale rosa e ripartire da un nucleo solido, che non sia però composto dai soliti due o tre giocatori bensì da almeno sei o sette (per non dire addirittura otto, accontentandosi un minimo).

È dura risalire la china della mediocrità per tornare nell’Olimpo della competitività e ci vuole ben altro che la stantia retorica del tipo: «Abbiamo di fronte X finali»; quel che serve davvero sono le risposte sul campo. Forse il trucco per ripartire sul serio e non perdersi in mille casistiche ipotetiche è sfruttare già adesso le gare che restano prima del “cessate il fuoco” di fine stagione per compiere le valutazioni definitive su tutti gli elementi in rosa e comprendere appieno chi potrà essere un caposaldo per i prossimi anni. Da domani in poi la parola d’ordine dev’essere analisi, perché solo studiando a fondo le risorse a disposizione si può capire come sfrondare, cosa acquistare e chi confermare.

Con la speranza che l’analisi rimanga calcistica e non diventi psichiatrica, possibilmente.

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