EDITORIALE – La guerra è finita

EDITORIALE – La guerra è finita

È andata in archivio anche questa dissestatissima stagione 2014/2015. Una guerra che troppo presto è apparsa come persa e che quindi s?è trasformata in una lunghissima ed estenuante battaglia di logoramento. Da tifosi, aver seguito l’Inter quest?anno è stato estremamente somigliante a stare al capezzale di un malato non terminale ma comunque cronico; da cronisti è stato forse ancora più difficile, perché spesso le notazioni da fare su squadra e giocatori non erano più approfondimenti o focus tecnici ma necessarie ripetizioni di concetti triti e ritriti ma sempre ? tristemente ? attuali.

Tra il cambio di allenatore, le pochissime speranze (prontamente disilluse) di arrivare in fondo all’anno con qualcosa di più di un sorriso timido e l’agonia della perenne inconsistenza della squadra in campo, si può tranquillamente classificare questa stagione tra le altre archiviate sotto la directory ?Anche no, per favore?.

Attenzione, non è solo una questione di piazzamento finale (quanto meno evitato l’odioso turno agostano di Coppa Italia) ma piuttosto di tutto l’insieme delle brutture a cui s?è dovuto assistere da agosto (per tacere degli errori di mercato anche precedenti) a ieri sera, tanto in campo quanto fuori. Dal 3-5-2 sempre più povero e inefficace di Mazzarri fino agli esperimenti tattici di Mancini, dall’ennesimo azzeramento di un progetto tecnico teoricamente pluriennale alla ricerca affannosa e continua di soluzioni che non c’erano, dal rendimento altalenante di alcuni giocatori alla gestione non sempre efficacissima dei media, dalle polemiche montate ad arte sul nulla dalla carta stampata a proclami tribunizi e promesse elettorali (nei toni, quanto meno) che alla fine sono sembrati più un esercizio di retorica populista che non serie dichiarazioni d?intenti: comunque la si veda, è dura mandar giù il boccone nerazzurro di quest?anno senza accompagnarlo con molta, molta acqua ché di erroracci se ne sono visti in campo e fuori e non li ha fatti tutti Juan Jesus (anche se il buon brasiliano ci ha provato, per essere onesti).

Insomma, quest?Inter edizione ?14/?15, possibilmente, va ricordata come un mezzo aborto e poco più. Certo, sforzandosi di guardare il bicchiere come se fosse mezzo pieno qualche nota positiva da cui ripartire c’è: il capocannoniere più giovane della Serie A dal 1978 a oggi, un allenatore ambizioso e confermato per l’anno prossimo (continuità, questa sconosciuta. Val la pena incrociare le dita), una finestra di mercato che si spera possa risolvere qualcuno dei problemi che ci sono adesso, senza magari acuirli come nel caso, per esempio, di Dodô. Infine come non citare la nuova maglia, classicamente nuova vien quasi da dire, tra i motivi per cui sorridere? Dopo la senz?altro non tradizionale divisa esibita quest?anno, il ritorno al nerazzurro storico è comunque motivo di tranquillità, perlomeno per quanto riguarda l’ambito sartoriale.

L’annata terminata ieri sera però può regalare ancora qualcosa agli ambienti della Beneamata e, cioè, un bell’elenco di cosa non fare se si vuole costruire un undici di successo, nonché un prontuario sui tanti possibili errori di gestione di una società di calcio con davvero una buona varietà di casistiche. Perché poi, diciamocelo, un?annata disgraziata ? a chi vuol vincere, almeno ? più che della nuova esperienza non ti dà: almeno quella conviene prendersela.

Ah, già che ci siamo: magari l’anno prossimo può avere senso cercare di tornare quanto meno sul podio e sforzarsi di lavorare in quella direzione, pur soffrendo delle ben note ristrettezze economiche e limitazioni varie. Anche perché non si costruisce un gran brand internazionale senza qualche successo e, almeno questo, Thohir e soci pare lo sappiano benissimo.

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