EDITORIALE – Lavori in corso

EDITORIALE – Lavori in corso

Prosegue operoso il ritiro di Riscone di Brunico, con le sue mezze voci e le sue mezze verità. Verità ancora decisamente parziali, appunto, ma che qualcosa possono dirci già adesso (e no, di nuovo, non va bevuto tutto quel che si legge riguardo a “titolari” e “riserve”: siamo appena a metà luglio. Anche Ibrahimovi?, in data odierna ma sei anni fa, era un titolare inamovibile: come sia andata a finire ce lo ricordiamo tutti).

Quel che gli allenamenti di Brunico ci raccontano, però, ha una sua valenza e un suo interesse comunque notevoli, perché danno un’idea di quello che è il progetto a prescindere dai nomi che – fattivamente – comporranno l’undici iniziale per la gran parte della stagione. Tra costoro potremmo non trovare alcuni che, a oggi, paiono un po’ dei separati in casa, come ci hanno raccontato direttamente dal ritrovo alpino i nostri inviati, ma al contempo potremmo invece scorgere altri nomi che, per adesso, popolano solo il variopinto scenario del calciomercato e non il campo d’allenamento nerazzurro (ogni riferimento a Salah, Joveti? o Peri?i? è puramente voluto). Oppure chissà, magari arriveranno alla Beneamata altri giocatori ancora che a oggi non sono nemmeno sui radar di Ausilio.

Di certo il Mancio ha confermato l’idea che già esprimevamo una settimana fa e cioè che ha ben chiaro in testa cosa vuole realizzare con gli uomini che ha (e forse anche con quelli che avrà) a disposizione. Il modulo oscilla continuamente tra il 4-3-3 e il 4-2-3-1 senza dimenticare il 4-3-1-2 ma, soprattutto, il pallone è sempre a terra ed è il centro di tutto perché il tecnico nerazzurro sta facendo lavorare tantissimo i suoi ragazzi sul possesso della sfera, conditio sine qua non per la vittoria, almeno secondo le sue attuali convinzioni. L’ha detto chiaramente anche Santon in un’intervista che ha fatto capolino sui media nazionali oggi: Mancini vuole tenere il boccino del gioco per poter assaltare quasi in massa l’area avversaria.

Un lavoro duro, in totale controtendenza con quanto visto dalle parti di Appiano da tanto, tantissimo tempo: l’Inter dovrà lavorare in maniera profonda e molto applicata perché, tra tutti gli stili di gioco possibili, quello basato sul possesso continuo è quello di più lunga lavorazione. Ma non solo: si tratta anche di trovare uno sviluppo immediato dell’intesa tra le parti in causa (i calciatori), visto che richiede un impegno costante e coordinato di tutti i giocatori sui fondamentali movimenti sia con, sia senza il pallone tanto quanto il lavoro che si fa nella gestione propriamente detta (caratteristica molto poco nelle corde nerazzurre perlomeno da Stramaccioni in poi). Va però da sé che, al contempo, il gioco basato sul possesso di palla è anche quello col più alto coefficiente di spettacolarità se messo bene in pratica.

Uno stile di gioco che comunque sia possiamo definire ambizioso almeno quanto lo è proprio il mister nerazzurro: l’aveva detto sin dai primi momenti che non era tornato per arrivare quinto ma per ben altri motivi. Noi non ci abbiamo creduto tanto, a onor del vero. Ma il Mancio è oggi più maturo di dieci anni fa, è più convinto dei suoi mezzi e più concreto: se ha impostato il lavoro dei suoi a una simile idea di gioco significa che ritiene di poterla inculcare al meglio nella testa del materiale umano disponibile così come è convinto che possa pagare sin da subito anche (se non soprattutto) a livello di risultati. Onestamente, ci piace pensare che il tecnico jesino abbia fissato così in alto l’asticella del suo Biscione 2.0 anche a causa della (da lui) tanto magnificata disponibilità al lavoro della rosa, forse una delle poche peculiarità da non buttar via del gruppo ereditato da Mazzarri. I giocatori intanto sono palesemente con lui, chi arriva da fuori sceglie l’Inter apposta e l’ex leggenda sampdoriana vuole ripagare la fiducia dell’ambiente non solo coi risultati, ma anche col gioco.

Dopo cinque anni di progetti tecnici molto vaghi e a dir poco approssimativi, è una svolta obiettivamente confortante. Ma siamo pur sempre all’inizio e, in questo senso, il clima di sereno lavoro che riverbera anche a Milano dal buen retiro alpino ci concede di sperare nel meglio. E ci tranquillizza.

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