EDITORIALE – Un debutto da incubo tra “mazzarrite” e impresentabilità

EDITORIALE – Un debutto da incubo tra “mazzarrite” e impresentabilità

L’abituale appuntamento con l’editoriale del lunedì sera. Nuova stagione, vecchi moduli: un’analisi della partitaccia contro il ChievoVerona e almeno un paio di problemi (molto) gravi che Frank de Boer è chiamato a risolvere nel giro di pochissimo. Non lo invidiamo…

intervista de boer

Ieri sera l’Inter ha affrontato la nuova stagione disputando una partita ai limiti dell’imbarazzante. Niente di nuovo sotto il sole: è successo con Mancini, è successo con Mazzarri. E, a proposito dell’attuale tecnico del Watford, a Verona si è rivisto il modulo più odiato dalla tifoseria nerazzurra: quel 3-5-2 che tanto indigesto risulta al pubblico del Biscione e su cui c’è chi si sta già scagliando con veemenza accusando de Boer di essere l’anello di congiunzione mancante da secoli tra il cretino e l’idiota.

Critiche esagerate al tecnico oranje, quasi totalmente gratuite e anche fuorvianti, in realtà. Perché la verità non è che l’ex allenatore dell’Ajax ha sbagliato formazione, no. È molto, molto più preoccupante di così. Frank l’aveva detto subito che ha trovato una squadra indietro nella preparazione e che il tempo a sua disposizione prima dell’inizio del campionato non sarebbe mai stato sufficiente ma, dopo ieri sera, è diventato fin troppo palese quanto tutto ciò fosse ancor più tragicamente vero di quanto non sembrasse a sentire le dichiarazioni del mister olandese.

De Boer ha dovuto schierare un 3-5-2/3-4-1-2 per provare a non prenderle. A Verona. Col Chievo. Tutto ciò dà l’idea di quanto l’Inter sia al momento spompa e lontana da una condizione accettabile: non un attacco improvviso di “mazzarrite” acuta, dunque, ma un tentativo dettato dal senso pratico di limitare i danni pregressi trovati in rosa, una rosa che non ha svolto una preparazione atletica all’altezza e che non ha alcun tipo di certezza dal punto di vista tattico. La disastrosa eredità di un Mancini svogliato, alterato e orientato ad andarsene, in sostanza (ma anche la nuova società ha le sue responsabilità in merito, sia chiaro).

A tutto ciò, il nuovo allenatore ha provato a porre rimedio schierando una formazione sbilanciata all’indietro in cui potessero tornare utili alcuni automatismi appresi dai giocatori nel corso degli ultimi anni: dai reduci del periodo mazzarriano come Ranocchia, Medel, Icardi o Nagatomo a chi invece ha giocato con quella disposizione in Nazionale (Candreva, Éder), passando per qualche altro elemento che avesse già giocato e convinto in un contesto simile l’anno scorso (Kondogbia, D’Ambrosio). Inoltre, il 3-5-2 garantiva anche una buona funzionalità – perlomeno sulla carta – contro il 4-4-2 a rombo dei gialloblù: altra cartina tornasole della necessità di fare risultato nonostante delle premesse insufficienti (di norma, si gioca sull’avversario quando non si ha un’identità di squadra e/o quando si incrociano le spade con una rivale molto superiore). Una scelta estremamente terra terra, dettata sostanzialmente dalle circostanze. In poche parole, de Boer ha provato a dare alla squadra una configurazione che potesse farla sentire tranquilla dietro e sicura di sé in avanti. Il problema è che non ha funzionato praticamente niente, valga a titolo di esempio la sconcertante prestazione di Medel, chiamato a limitare Birsa – e s’è visto.

Certo, qualche errorino l’ha commesso anche il neo-tecnico nerazzurro: l’assenza di Perišić dalla formazione iniziale, la rinuncia a tentare il tutto per tutto una volta sotto per 1-0, l’esclusione di Banega – potenzialmente sempre in grado di inventarsi qualcosa – a favore di un Brozović svagatissimo e apparso in versione “non ho voglia manco per sbaglio”. Però va anche detto che a posteriori sono buoni tutti a sparare sentenze e che se il mister non ha scelto di attaccare a testa bassa dopo il primo vantaggio di Birsa è perché probabilmente non ha visto i suoi uomini fisicamente in grado di assaltare il Chievo. Ed è preoccupante, inutile girarci attorno. Molto preoccupante. Perché non solo significa che la forma è ai minimi storici ma anche che i giocatori non sarebbero stati mentalmente in grado di cambiare assetto senza far danni né, tanto meno, di poter sopportare lo sforzo psicologico di portare un attacco continuativo ai clivensi (che, ricordiamo, non sono esattamente il Barcellona di Guardiola).

Questa fragilità collettiva è probabilmente una delle conseguenze dirette del caos che è stata l’estate dell’Inter, un tale mare magnum di voci incontrollate, sconquassi, dissapori e spaccature che non può non aver avuto un qualche tipo di influenza sui giocatori. E va curata, esattamente come, se non ancora di più, la preparazione fisica. Altrimenti è meglio abituarsi a show deprimenti come quello di ieri sera. E nessuno ne ha voglia, no?

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