EDITORIALE – Xherdan Shaqiri, storia di un sacrificato

EDITORIALE – Xherdan Shaqiri, storia di un sacrificato

Doveva essere uno degli uomini su cui puntare già a gennaio, avrebbe dovuto essere un punto fermo dello scacchiere nerazzurro dei prossimi anni, si sarebbe dovuto consacrare a Milano dopo l’esplosione di Basilea e i due anni e mezzo ricchi di successi al Bayern a cui, però, ha partecipato da comprimario, da riserva di lusso per quei Robben e Ribéry che, tutt?ora, non paiono in odore di pensione. Tutto quello che avrebbe dovuto essere non è stato, ormai è quasi certo, e Shaqiri Xherdan, svizzero del Kosovo, ripartirà da una piazza diversa da quella milanese.

Il sorriso di Xherdan Shaqiri al suo arrivo ad Appiano Gentile

Una storia nata bene, con un bagno di folla a Malpensa e tanta voglia dei tifosi di ammirare il numero 91 sul prato di San Siro, campo che è alla fine è l’ex Bayern ha calpestato meno di quanto ci si aspettava al momento del suo sbarco a Milano. Alla fin fine, agli annali resta che Shaqiri il meglio l’ha dato all’inizio (contro Sampdoria, Celtic e Atalanta), prima di finire travolto dal caos tecnico-tattico di un’Inter in crisi di gioco e di personalità. Certo, spesso e volentieri il mancino originario di Gnjilane ci ha anche provato a dare la scossa ma è sembrato prima in perenne deficit atletico e poi tatticamente confuso; qualcosa del suo talento s?è intravisto ma, evidentemente, troppo poco per guadagnarsi la riconferma. Un giocatore che sembrava bloccato da un’indolenza inattesa, senza quella voglia di ?mangiarsi il campo? che ci si attendeva da un elemento col suo palmarès e la sua esperienza.

È proprio questa voglia di rivalsa, questa garra che è mancata all’ex prodigio del Basilea quando forse è proprio per il carattere che si era andati sullo svizzero, a gennaio, quando sembrava un giocatore dal certo presente e dal sicuro avvenire dotato non solo di mezzi tecnici ma anche di attributi, per dirla volgarmente. Invece Xherdan ha fatto esattamente come tanti, troppi suoi compagni nel finale di stagione: s?è nascosto, al punto di sparire persino dall’undici iniziale, rimpiazzato da un Hernanes in crescita e autore di ottime prestazioni nella coda del campionato. Non proprio un buon indice di una personalità trascinante, da leader.

Chiaramente Mancini non è rimasto particolarmente colpito dal suo numero 91, che probabilmente si attendeva più decisivo fin dall’inizio e più calcisticamente coraggioso: data questa premessa, Xherdan s?è trovato subito a metà tra le due liste, quella degli epurabili e quella dei giocatori da confermare, in una terra di nessuno che significava semplicemente che è in caso arrivasse un’offerta golosa è anche Shaqiri avrebbe potuto salutare Appiano Gentile e cambiare maglia. Questo, unito al bisogno atavico dell’Inter di cedere alcuni giocatori per finanziare le sue acquisizioni estive, ha reso l’ex Bayern un serio candidato alla partenza e la buona stampa internazionale di cui ancora gode (con conseguente valutazione intaccata nonostante sei mesi italiani non proprio indimenticabili) ha trasformato un potenziale sacrificato nell’unico indiziato per la ?cessione importante? che si paventava già dalla primavera e che, dopo l’arrivo di Kondogbia, è parsa inevitabile.

La gestione della situazione estiva relativa a Shaq, però, s?è rivelata tutt?altro che illuminata da parte della società nerazzurra: lo svizzero non ha giocato nessuna amichevole di prestigio o quasi, ha dato fin dall’inizio del ritiro la sensazione di essere un separato in casa e l’unico messaggio che trapelava leggendo qualsivoglia fonte d’informazione italiana era che l’Inter volesse cedere il suo numero 91 più o meno a qualunque costo. Da potenziale cessione, magari anche controvoglia, Shaqiri s?è quindi ritrovato a essere consapevole di essere davvero l’unica pedina di scambio coerente attorno alla quale l’Inter voleva costruire il suo mercato ed è lecito pensare che, in quel momento, qualcosa nel suo rapporto col club si sia incrinato irrimediabilmente e che dunque anche lui abbia deciso di cambiare aria a qualunque prezzo, di fatto rendendo esplicito che una sua eventuale permanenza in nerazzurro si sarebbe consumata in tribuna.

Un peccato, senza dubbio, dove le colpe dell’epilogo sono attribuibili all’una e all’altra parte: al giocatore, che ha preso sotto gamba l’approdo in Serie A e non ha saputo dimostrare il suo valore; alla società, nelle figure di Mancini e Ausilio, per aver sbagliato a gestire il caso che è nato dalla decisione di cedere lo svizzero e per non aver saputo sfruttare in favore dei colori della Beneamata le doti che, pure, Shaqiri ha dimostrato di avere tra Basilea e Monaco (e che non possono essere finite nel nulla).

A tutto ciò si aggiunge anche la proverbiale ciliegina sulla torta, direttamente dalla voce di Karl-Heinz Rummennigge, uomo che tendenzialmente evita di parlare per dire banalità, il quale ha ammesso di conoscere i motivi per cui l’Inter intende privarsi del nazionale svizzero senza tuttavia mostrarsi sorpreso (e qualcosa vorrà pur dire).

Com?è, come non è, nonostante le ottime premesse di appena otto mesi fa, la storia tra Xherdan Shaqiri e l’Inter è già finita, suggellata da una cessione. Ora c?è solo da augurarsi che sia la soluzione migliore per tutti.

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