FOCUS – La seconda vita di Jonathan Biabiany

FOCUS – La seconda vita di Jonathan Biabiany

intervista biabiany

Sembra passata una vita da quel gol in finale di Coppa del Mondo per Club del 2010: era il 18 dicembre del 2010 e quella corsa incredula, in una delle gare più importanti della storia recente nerazzurra, la ricordiamo un po’ tutti con un tanto delicato quanto deciso velo di nostalgia. Il velocissimo francese, ai tempi neo prodotto del vivaio nerazzurro, scartava il portiere in un mix di confusione ed adrenalina, spingendo in rete la palla del definitivo 3-0 che di fatto spinse l’Inter di Benitez sul tetto del mondo dopo i fasti continentali targati Josè Mourinho. Sarà una giornata speciale per Biabiany, forse la più importante della sua carriera, tanto da imprimerla per sempre sul proprio avambraccio come un trofeo di caccia. Dopo quasi sei anni, l’affermazione d’apertura sembra molto più concreta delle solite modalità metaforiche alla quale viene associata: per Biabiany, dopo l’arcinoto problema al cuore, è davvero passata una vita. Ma procediamo con ordine: Inter – Modena – Parma – Inter – Sampdoria – Parma e di nuovo Inter. Una crescita complessa e singhiozzante quella dell’ex primavera nerazzurro, caratterizzata da un cartellino spesso condiviso da più società, fino al fallimento del club ducale che lo ha portato alla casa madre a 27 anni compiuti. In realtà la sua avventura nel club emiliano era da concludersi finita già nella stagione precedente, quando il Milan di Inzaghi riuscì quasi a tesserarlo sul gong inserendolo in una rocambolesca trattativa last minute assieme a Zaccardo, il cui veto risultò decisivo per la finale e definitiva fumata grigia. Dal Milan ai box, in un mese o poco più: all’inizio della stagione successiva in maglia gialloblù gli viene infatti diagnosticata una aritmia cardiaca con conseguente stop a tempo indeterminato. Per gran parte di appassionati e di addetti ai lavori la sua carriera sarebbe finita lì, per Jonathan fu invece l’inizio della nuova vita, della sua seconda vita in nerazzurro, in barba al destino, alla medicina ed agli scettici. L’Inter ci crede ed ha coraggio: tesserare (per la terza volta) un giocatore reduce da un problema al cuore è un notevole attestato di stima e lo stesso giocatore, conscio dei propri mezzi e della fiducia di cui gode in casa Inter, da il massimo fino a ritagliarsi uno spazio più che dignitoso nel progetto tattico di Mancini. Parlando a chiare lettere e senza perderci in lodi di rito, è giusto specificare che Biabiany, di questa squadra, non è certamente nè il leader indiscusso nè l’uomo chiave. Senza dubbio è però “l’uomo che ce l’ha fatta”, al quale gli dei del calcio hanno concesso una seconda vita dopo quella prematuramente ed arbitrariamente toltagli nel momento più alto della propria carriera. Anche tatticamente il suo apporto sta risultando più utile di quanto preventivato anche dal più ottimista degli interisti, fornendo a Mancini la possibilità di schierare, anche se al momento soltanto a gara in corso, l’arrembante 4-2-3-1, modulo perfetto per le caratteristiche dell’ex Parma. Il giocatore ha reagito bene, dimostrandosi utile e incline al sacrificio anche in gare toste come la trasferta di ieri, dove è di fatto risultato decisivo con l’assist per Perisic ed in quella di Genova, dove ha dato la possibilità alla compagine nerazzurra di sferrare attacchi continui alla fascia più debole dei blucerchiati.
Il più grande pregio del Biabiany 3.0 nerazzurro è senza dubbio quello di avere caratteristiche uniche rispetto a quelle degli altri compagni di reparto: a differenza dei più tecnici esterni in rosa, più votati alla conclusione di rientro sul piede buono, Biabiany è più un giocatore di corsa con licensa d’inserimento, tanto da essere stato usato da Donadoni anche come esterno di di un centrocampo a 5. Le grandi doti atletiche del giocatore, nonostante il graduale reinserimento nel calcio giocato, risultano preziose soprattutto a gara in corso, quando i reparti a causa della fatica si allungano e le difese hanno già la spia della riserva in azione. Il ruolo cucito da Mancini su Biabiany sembra essere proprio questo  almeno fino a gennaio: un asso nella manica da utilizzare con parsimonia, quando il campo lo richiede e quando il gioco offensivo latita. Per Biabia tutto sommato può anche andar bene così: il graduale reinserimento passa anche da scampoli di gara e già dal suo passaggio all’Inter un impiego a singhiozzo era già stato abbondantemente preventivato già al momento della firma, arrivata dopo una serie di approfondite visite. Il gol sfiorato ieri e negatogli soltanto da un super Sorrentino sarebbe stato la naturale chiusura del cerchio, tramandando ai posteri l’ennesimo caso di “ciclicità sportiva” presente in tutte le più belle storie di sport. Il gol arriverà e sarà tempo di un’altra corsa dagli occhi lucidi, sei anni dopo il primo ed unico timbro in maglia nerazzurra. Una lezione per tutti, sportivi e non: Il mantra di Jonathan, “rialzarsi e correre”, è una metafora talmente grande da meritare la copertina della sua carriera. O meglio, della sua seconda vita.

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