FOCUS – L’arte del saper soffrire

FOCUS – L’arte del saper soffrire

Per la prima volta dopo tante stagioni difficili l’Inter sembra saper soffrire e riesce a vincere anche “di nervi”, anteponendo addirittura la stessa voglia di vittoria e di spirito guerriero alla razionalità sportiva che sta dietro al gioco del calcio. Si è parlato a lungo di poco spettacolo, di scarsa verve offensiva e di prevedibilità di gioco: tutto vero almeno in parte. L’Inter tira poco in porta e di conseguenza segna poco, soltanto 11 gol in altrettante apparizioni stagionali. Considerando le due reti di Carpi e lo 0-0 di Milano contro la Juventus che di fatto annullano lo scompenso, l’Inter viaggia alla media di 1 gol esatto a partita, con un’altissima frequenza di 1-0, classico risultato frutto di gare molto concrete e poco spettacolari. Concretezza che però, considerando anche le poche reti subite (7, divise in sole 4 gare fino ad ora disputate) non può essere casuale e porta dietro quella sana sofferenza sportiva che solo un gruppo vincente può sopportare. L’1-0 è infatti storicamente il risultato di chi sa soffrire e sa farlo trovando la forza nei compagni accanto: ci si sacrifica per il collega di reparto e non, snaturando addirittura le proprie caratteristiche tecniche e tattiche pur di dare una mano nel momento di massima difficoltà del match, ovvero quello della protezione dei famigerati tre punti. Per leggere tra le righe dell’arte del sacrificio basta analizzare uno dei secondi tempi degli ultimi tre mesi giocati Ivan Perisic, preziosissimo non solo in zona gol ma anche in fase di non possesso, arrivando addirittura a contendere la sfera agli esterni avversari sulla linea dei terzini. Stesso discorso va fatto per i centrocampisti, sempre ordinati e mai domi quando si tratta di arretrare quasi a creare una sorta di barriera frangiflutti dinanzi alla linea dei 4 di difesa, esempio tipico di chi sa quanto possa essere prezioso anche un misero, se così si può definire un risultato vincente, 1-0. L’arte del saper soffrire è inoltre una delle colonne portanti del concetto di gruppo: oggi l’Inter non ha 11 titolari ma almeno 15 uomini in grado di garantire quella stabilità emotiva (e tattica) e quella fame mancata nelle scorse stagioni anche a gara in corso, o nei momenti di “coperta corta” che puntualmente si vengono a creare nel corso di una stagione. È chiaramente presto per trarre conclusioni e parlare di evoluzione mentale dopo soli tre mesi di gioco, ma che alcuni degli stessi interpreti delle passate stagioni scendano in cambio con un atteggiamento differente è talmente evidente da non capire la vera origine della mutazione. Non avere un blocco di 11 titolari fissi è oltretutto uno stimolo per dare il massimo anche in allenamento: nessun posto assicurato, nessun prescelto, gioca chi si allena bene e chi può realmente dare un apporto concreto alla squadra anche e soprattutto in relazione alla squadra che si andrà ad affrontare. La sfida di domani, in tal senso, sarà ulteriormente indicativa: Mancini punterà sulla voglia dei recenti esclusi (Kondogbia su tutti) o farà affidamento su chi ha ben figurato nella sfida di soli sette giorni fa? L’Inter inoltre, troverà di fronte un’altra squadra storicamente incline alla sofferenza, quel Toro che, in nomen omen, spicca ormai da anni per carattere combattivo e determinazione: sarà una sfida di nervi, cuore e coraggio, una sorta di last man standing tra gladiatori d’altri tempi. Trasferta pesante e con in palio qualcosa in più dei canonici tre punti: l’Inter può dare continuità alla sua voglia di vetta, il Torino per dimenticare la sfortunata debacle contro gli acerrimi rivali juventini. Chi soffre vince praticamente due volte: una volta con i punti e l’altra con il cuore, motore capace di guidare squadre coraggiose e non necessariamente più forti delle dirette concorrenti verso vette inattese. È tempo di Torino-Inter, è ora di soffrire, di nuovo, per la gloria e per la classifica.

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