PELLICOLE NERAZZURRE – Everest, la scalata da sogno

PELLICOLE NERAZZURRE – Everest, la scalata da sogno

mancini

Ancora pochi giorni e per tutta la vita sarai l’uomo che è arrivato in cima all’Everest” (Doug Hansen)

Chi l’avrebbe mai detto: in cima, da soli e senza neppure la minima  voglia di fermarsi. L’Inter funziona ed ormai nasconderlo vuol dire peccare (ed anche parecchio) d’onestà intellettuale. Pellicole nerazzurre torna in questa fredda domenica di dicembre per portarvi sulla vetta di quell’Everest raccontato e descritto nei suoi aspetti più cupi dal talentuoso regista islandese Baltasar Kormakur, rivelazione dell’ultimo anno cinematografico e bravo traspositore del saggio Aria Sottile di Jon Krakauer. Il film ruota attorno ad una trama tanto lineare quanto emotiva, totalmente ambientata sul monte Everest, vetta più alta dell’intero pianeta facente parte della catena montuosa dell’Himalaya. Una scalata ma non un’ossessione: la chiave di lettura in grado di connettere il film al momento della squadra di Mancini non può che essere questa. Proprio come l’alpinista Rob Hall, leader a capo di un gruppo di scalatori a caccia dell’ambita cima, il tecnico jesino è il soggetto dietro al quale il gruppo di avventurieri vestiti di nerazzurro decide di compattarsi per raggiungere un obiettivo complesso e gratificante come quello di portare dopo troppo tempo l’Inter nella zona di classifica che le compete, ovvero quella dei primi tre posti. Per farlo il nostro Rob/Mancini  deve intanto partire da un solido e precauzionale briefing in grado di tracciare le linee guida di quello che sarà un viaggio lungo e pieno di insidie: su tutte spiccano la gestione dell’ossigeno e la corretta lettura delle situazioni climatiche. Le bombole d’ossigeno che nel film vengono costantemente dosate e razionate per raggiungere l’ambita vetta dove l’aria è totalmente irrespirabile corrispondono metaforicamente al massiccio ricambio d’uomini costantemente effettuato dal tecnico. Il viaggio è lungo e spremere l’artiglieria a disposizione sarebbe un errore imperdonabile: ecco così che Mancini cambia costantemente uomini, passando da Biabiany a Ljajic, da D’Ambrosio a Nagatomo, passando per Santon e Montoya, giocatori considerati per motivi differenti ai margini del progetto nerazzurro ancor prima di iniziare la stagione e rivelatosi nello stupore generale armi preziosissime. Non esistono titolari ed il bene del gruppo (nel caso del film la condivisione dell’ossigeno) viene prima dell’interesse del singolo: messaggio chiaro per tutti, anche per chi nella passata stagione era riuscito a ritagliarsi il ruolo di intoccabile a suon di prestazioni straordinarie.
La lettura delle situazioni climatiche, elemento di svolta all’interno della trama del film, corrisponde al curioso effetto camaleonte voluto da Roberto Mancini nel corso di questa prima metà di stagione: dal 4-3-1-2 al 4-3-3, passando per il 4-4-2, il 3-5-2 e l’attuale 4-2-3-1, segno di una squadra in grado di modificare e, sposando un termine altamente ricorrente nel film, equipaggiare il proprio assetto in base alle caratteristiche degli avversari. Fino a questo momento la mossa è risultata vincente e basata su prestazioni contraddistinte da grande solidità e sacrificio. “Leggere” le mosse tattiche delle compagini avversarie, così come per Rob “leggere” il cielo in vista di quel tratto in più d’arrampicata, non può bastare se non supportato dalla giusta dose di sacrificio ed abnegazione richiesto indistintamente a tutti i membri del gruppo, dal portiere al centravanti.
Passata la parte del briefing e quella dello sprint iniziale è giunta l’ora  di passare alla lettura emotiva che una scalata come quella dell’Everest/Serie A può comportare: ad 8.000 metri d’altezza sul livello del mare anche il singolo ciottolo diventa masso pressapoco impossibile da arginare e lo stesso può dirsi per i singoli match, anche i più semplici, nel momento in cui il fiato sul collo degli avversari diventa rovente. E’ proprio qui che l’esperto scalatore deve riuscire a trovare un appiglio, che sia notte o giorno, che sia quiete o che sia tempesta. La scalata inoltre, va vista come un percorso da sogno e, parafrasando un tale portoghese esperto in scalate impossibili, “non come un’ossessione”: muoversi per passi graduali è l’unico modo per affrontare una percorso complesso e pieno di insidie. Porsi obiettivi e non traguardi, trasformando il sacrificio in entusiasmo ma evitando allo stesso tempo di sottovalutare il peso di quanto lasciato alle spalle. La vista dall’alto dell’Everest, che siano 7.000 o 8.000 metri è comunque qualcosa di straordinario: vietato peccare di superbia, vietato pensare alla vetta senza aver oltrepassato il cuore della montagna, la scalata è appena iniziata.

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