Marotta: “Crollo del ponte Morandi per me una grande ferita. Garrone? Uomo di cuore, ma incuteva timore”

Marotta: “Crollo del ponte Morandi per me una grande ferita. Garrone? Uomo di cuore, ma incuteva timore”

L’ad nerazzurro ha parlato del suo legame con la Liguria

di Antonio Siragusano

A Genova, sponda Sampdoria, Giuseppe Marotta ha trascorso otto lunghi anni da direttore generale dei blucerchiati. L’esperienze che più di tutte lo ha forgiato come dirigente e come uomo per bene, a contatto con una realtà sana che lo ha fatto crescere sotto il punto di vista sia professionale che umano. Intervistato nell’edizione di questa mattina da Il Secolo XIX, l’attuale amministratore delegato dell’Inter ha raccontato il suo forte legame con la regione ligure e il dramma vissuto in occasione del crollo del ponte Morandi.

Marotta, lei ha abitato otto anni a Genova, avrà vissuto con particolare partecipazione il crollo di ponte Morandi. Dov’era quando lo ha saputo?
“Ero nella sede della Juventus e stavo guardando Sky Tg 24. Subito è stato come una ferita, che si è propagata in un istante. Come se una parte del corpo ti venisse a mancare, una spaccatura netta. Poi ha iniziato a salire l’angoscia nel vedere quello che accadeva”.

Cosa ha fatto?
“Perin e Bonucci rischiavano di essere proprio lì in quell’istante, ci siamo informati subito, erano già rientrati”.

Stati d’animo forti che confermano il legame inscindibile che ha con la Liguria. Cosa è per lei questa regione?
“Intanto la consacrazione della mia attività professionale. Da un punto di vista lavorativo, un’esperienza bellissima, otto stagioni vissute alla grande. Arrivai con la squadra quasi in Serie C, l’ho lasciata qualificata per i preliminari di Champions. Otto anni di emotività intensa. Poi in Liguria sono nati i miei figli Elena e Giovanni: nel 2010, il giorno di Italia-Serbia, quella rinviata per i disordini dei serbi”.

Nel cuore cosa si porta appresso?
“Così come mi è successo per Venezia, mi tengo i posti magici. Quando lavoravo a Venezia la sede del club era tra piazza San Marco e il Ponte di Rialto. Una passeggiata quotidiana in mezzo a capolavori dell’arte per andare al lavoro. In Liguria a essere preponderante è la natura. Il percorso da Corte Lambruschini, la sede, ai campi di allenamento della Sampdoria a Bogliasco è una gioia per gli occhi. Facevo la strada a mare, da corso Italia, un piacere”.

Non solo Genova, anche le estati a Varigotti, giusto?
“Avevo scoperto questo borgo e me ne sono invaghito. Un luogo che ti ricarica”.

La ricarica a tavola? Aveva locali di riferimento?
“Le Caravelle a Varigotti dove c’era Bruno, grande juventino. A Genova Mannori, che custodiva gelosamente tante fotografie del calcio di una volta, sampdoriani, genoani e non solo. E poi quei fiaschi di vino. Mai più trovati”.

Genova e i genovesi: come Riccardo Garrone, il presidente della Sampdoria. Che ricordo ha?
“Era una persona che incuteva quel giusto timore che gli derivava dalla sua grandissima esperienza. Era anche un uomo di buon cuore e aveva una qualità fondamentale e positiva per un presidente di club: sapeva delegare e si fidava. Per uno che fa il mio mestiere è basilare”.

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