26 Febbraio 2017

Mazzola: “Inter, quanti ricordi. Dopati da Herrera? Sì, ma solo psicologicamente”

L'ex attaccante dell'Inter si è raccontato in un'intervista uscita oggi sul Corriere della sera

L’Inter e Sandro Mazzola, un binomio inossidabile ed indimenticabile. L’ex attaccante dell’Inter e della nazionale si è raccontato in un’intervista esclusiva ai microfoni del Corriere della sera, parlando a tutto tondo dei ricordi dell’ambiente nerazzurro che visse prima da giocatore e poi da dirigente: “Arrivai all’Inter grazie a Benito Lorenzi, che era soprannominato “Veleno”. Era un personaggio molto particolare: non si perdeva mai una messa perché era molto credente, però sul campo era un provocatore nato. Mi ricordo che chiamava “Marisa” Boninsegna, mentre con Charles si divertiva a mettere in dubbio la moralità della Regina d’Inghilterra. Però era buonissimo d’animo, portava me e mio fratello sempre con lui, ci faceva assistere alle partite della squadra dalla panchina, di modo che anche noi prendessimo le 30 mila lire di premio. Una volta ripresi in maniera colorita un mio compagno perché non mi passò la palla: a fine partita si avvicinò a me Giuseppe Meazza e mi disse che lui, pur avendo vinto due mondiali, non aveva mai ripreso un proprio compagno in quel modo. Mi minacciò di mettermi fuori rosa nel caso lo avessi fatto di nuovo. Un allenatore che avrei voluto con noi era Nereo Rocco. Ne parlai anche con la società, ma mi risposero: “Si, e noi vogliamo Rivera…“. Ero molto dispiaciuto, lui a modo suo mi stimava”.

Un ricordo anche su Luciano Moggi: “Lui era un genio assoluto. Fu il motivo che mi indusse a litigare con Massimo Moratti: notai che lui era diventato il suo consigliere personale, gli dava dei consigli sui giocatori da acquistare, gli fece addirittura credere che sarebbe venuto all’Inter”.

Alla fine un commento sul presunto uso di sostanze dopanti nell’epoca di Helenio Herrera: Il mister ci dava una pastiglietta, è vero, ma noi la sputavamo. Allora pensò bene di sciogliercela nei nostri caffè. Noi giocatori non ne avevamo bisogno, sicuro, però erano delle pratiche molto diffuse nel calcio di quel periodo. La denuncia di mio fratello Ferruccio? Purtroppo lui aveva un sentimento di rivalsa verso i nostri colori…Ne parlammo poco prima che se ne andò e ridendo di questo fatto ci riconciliammo. L’unico doping che assumevamo era quello mentale: Herrera negli spogliatoi ci convinceva sempre che avremmo vinto e che i nostri avversari erano dei brocchi. Riuscì a metterci in testa che Eusebio era scarso, prima di scendere in campo per la finale di Coppa dei Campioni contro il Benfica nel 1965″.

GABIGOL ESULTA SOTTO LA CURVA E I TIFOSI ESPLODONO