Spalletti, il 2018 è da incorniciare. Ma la strada verso la gloria è ancora lunga

Spalletti, il 2018 è da incorniciare. Ma la strada verso la gloria è ancora lunga

Dalla crisi risolta all’esordio in Champions passando da Lazio-Inter, l’analisi dell’anno di Spalletti

di Paolo Messina

L’uomo venuto da Certaldo è capace di grandi cose. Da giocatore l’ombra, da allenatore la luce. La carriera di Luciano Spalletti non è fatta di vittorie stratosferiche o trofei alzati con regolarità, ma di sostanza e concretezza. Il 2018 del mister nerazzurro rispecchia esattamente il suo percorso: obiettivi raggiunti, ma per la perfezione serve ancora qualcosa.

Il tramonto di un anno è sempre quel tempo adatto per chiudere i bilanci. Ogni uomo si ritaglia uno spazio in una quotidiana vita frenetica, per sedersi e riflettere su quanto successo nei precedenti 365 giorni. Succede anche a Spalletti che, dopo essersi congedato da impegni di campo, può tornare in campagna, nella sua Certaldo e pensare alle gioie e ai dolori a tinte nerazzurre. Un anno che è stato per un popolo, gli interisti, quello in cui ci si doveva dissetare dalla fonte europea troppo al lungo inaccessibile. Molti, prima dell’ex Roma hanno fallito, si sono arenati nelle sabbie mobili della crisi e non sono mai riusciti ad uscire da un vortice che li ha sempre risucchiati nel baratro. Il 2018 sembrava non fare eccezioni. Il campionato sentenziava un calo drastico e pesante, forse irreversibile. La prima grande e decisiva mossa di Spalletti è stata quella di sedersi vicino ad un lettino e accogliere il paziente fragile mentalmente. L’allenatore capì che bisognava lavorare sulla mente dei giocatori, psicologicamente incapaci di reggere la pressione e di sfatare quel tabù che stava diventando maledizione. La fiducia ha cominciato pian piano a crescere, la mentalità si fortificava e arrivati al momento della verità è stata la magica storia del calcio a dire sì. Il destino per l’Inter ha sempre in serbo qualcosa di pazzo, c’è poco da spiegare. Un finale impossibile, degli incastri che solo i visionari potevano immaginare. Si sa, però, che i più realisti sono in realtà visionari. Ecco che Vecino diventa l’uomo della storia e Spalletti viola il tempio dell’Olimpico, uscendo trionfante e scrivendo il suo nome nel firmamento nerazzurro.

L’alba della nuova stagione è stata accolta con fiducia totale ad un progetto che stava dando i suoi primi frutti maturi. Il mercato, frenato dal FPF, convinse comunque l’allenatore. Dopo un girone, l’Inter è terza e va bene così. La Champions, terra conquistata, è stata assaporata, sedotta e abbandonata in sei partite. Beffardi i mancati ottavi, ma in un gruppo di ferro è più che accettabile, in un percorso di crescita che in quest’annata deve portare alla conferma. La cerca Spalletti che, nonostante critiche e nomi di spessore che si nascondono in un ombra non tanto buia, dimostra di meritarsi quella panchina. La mano dell’allenatore si vede in campo e risulta determinante. La squadra cresce, migliora e ora più che mai serve mantenere stabilità per continuare a correre veloce. Alzare un trofeo sarebbe stata l’apoteosi in un anno, che per il mister toscano rimane comunque indimenticabile e da 9 in pagella.

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