EDITORIALE – È tempo

EDITORIALE – È tempo

L’Inter ora può attivarsi sul mercato in entrata, pur senza dimenticare quello in uscita. Ma alla forma, al grande nome, alle ambizioni teoriche, andrebbe necessariamente preferita la sostanza. Sarebbe il segno di una piena consapevolezza della situazione attuale

di Giorgio Crico, @gio_prankster

È tempo. Il primo luglio si è finalmente aperta ufficialmente la sessione di mercato. L’Inter ci arriva coi conti a posto e, stando ai bene informati, con una disponibilità di spesa che non si vedeva dalla più danarosa epoca di Moratti e, se vendesse bene, potrebbe addirittura aumentare nettamente il budget a disposizione e piazzare quell’acquisto in più che magari funge da deliziosa ciliegina sulla torta.

Ovviamente anche se l’orizzonte pare limpido, sereno e pregno di speranza, persiste un’ala di irriducibili che è già spazientita perché avrebbe voluto non solo comprare Messi, Cristiano Ronaldo, Matić, Verratti, Carvajal e chissà chi altro ma pure annunciarli tutti l’altro ieri dopo averli presi nel giro di dieci giorni a metà giugno. Perché qualunque cosa si faccia, guarda un po’, si poteva fare meglio. Se poi si aggiunge anche l’oggettivamente fantastica campagna di rafforzamento che sta portando avanti il Milan la paranoia è servita. Ma si sa, alcuni interisti – quasi sempre in buona fede, tranne qualche caso isolato – amano farsi del male. Anche se nessuno ha mai capito per quale motivo.

Tralasciando però i talebani pessimisti dell’autoflagellazione nell’ultimo giorno, è pur vero che il tifoso interista medio si aspetta tantissimo da questa sessione. Perché chi di dovere l’ha menata in lungo e in largo con la storia della “potenza di Suning” e la stessa campagna acquisti della scorsa estate ha dimostrato che la solidità economica della proprietà cinese non è una leggenda. Chi scrive, tuttavia, baratterebbe con gioia una grossa quantità di soldi investita nel mercato con quattro o cinque rinforzi di livello non eccelso (che, poi, va sempre dimostrato che chi paghi come se fosse un top player sia poi davvero un top player) ma comunque di onesto cabotaggio che però siano perfettamente calibrati per realizzare al millimetro ciò che Spalletti ha in mente.

È una provocazione, certo, ma rende l’idea del concetto che sta alla base: l’importante non è il nome ma la sostanza. Se poi si cerca un terzino destro e si riesce a prendere Carvajal, se poi si cerca un 10 e si prende Messi, se poi si cerca un centravanti atipico ed ecco Cristiano è grasso che cola. Ma, prima di tutto il resto, che si colmino le lacune che ha questa squadra. Perché il non sapere bene su che profili andare negli anni passati ha creato una rosa discretamente abominevole strapiena di doppioni in certe posizioni ma totalmente scoperta in altri. E così non si va da nessuna parte.

Dunque al soldo speso è preferibile il solido, inteso come un calciatore che garantisca un rendimento costante finanche senza troppi picchi di rendimento in positivo, quel tipo di elemento che sa fare ciò che gli è richiesto e, se la teoria dice che sa disimpegnarsi in più ruoli, che poi quei maledetti ruoli sappia davvero interpretarli al meglio. Perché è anche ora di finirla anche coi giocatori che teoricamente possono ricoprire dodici ruoli ma in realtà ne fanno bene solo un paio a patto che però giochino col plenilunio, in primavera, preferibilmente nella seconda quindicina di aprile.

Per le superstar, poi, il momento ovviamente verrà, dovrà venire se si vorrò fare il salto di qualità. Ma questa qualità, onestamente, va prima costruita. Anche con nomi che, adesso, magari, fanno un po’ storcere il naso.

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