EDITORIALE – Il Candreva che non c’è

EDITORIALE – Il Candreva che non c’è

Il consueto editoriale del lunedì sera, stavolta concentrato sulla contraddizioni in termini tra il giudizio impietoso di gran parte del pubblico verso il numero 87 nerazzurro e, invece, l’evidente necessità dell’Inter di avere a disposizione il miglior Candreva possibile

di Giorgio Crico, @gio_prankster

Antonio Candreva non è mai stato un giocatore che mettesse d’accordo tutti.

Quando la Juventus lo prelevò appena 22enne dal Livorno divise il popolo bianconero, incerto sul confermarlo o meno dopo una stagione in cui andò tutto storto (Candreva compreso). L’Udinese, che ha detenuto il suo cartellino dal 2007 al gennaio del 2012, non ci ha mai veramente puntato e lo ha girato in prestito qui e là. Dopo un paio d’anni tra l’Emilia e la Romagna, il buon Antonio è approdato alla Lazio, dove, manco a dirlo, ha diviso le genti prima ancora di esordire perché non aveva mai fatto mistero di una primigenia fede romanista. In biancoceleste ha quindi lottato per la stima dei tifosi dal minuto zero ma alla fine è diventato un esterno a tutti gli effetti ed è definitivamente esploso, prendendosi anche la Nazionale. Fine dei patemi? Nemmeno per sogno perché ha prima spaccato l’opinione pubblica biancoceleste litigando con Pioli a proposito della fascia lasciata in eredità da Mauri e poi, un anno dopo, si è lasciato in maniera fredda con la società e i tifosi per approdare a un’Inter sicuramente più blasonata ma, dati alla mano, meno brillante della stessa Lazio nei risultati degli ultimi cinque o sei anni.

L’iter in nerazzurro lo conosciamo perfettamente. Candreva è arrivato sponsorizzato da alcuni, denigrato in partenza da altrettanti e guardato freddamente da una maggioranza non esaltata dall’averlo in squadra ma più che disposta a concedergli un po’ di tempo per dimostrare di che pasta fosse fatto (quindi con il pubblico spaccato fin dall’inizio, come al solito). Dopo tredici mesi di esibizioni continue, la schiera dei suoi detrattori s’è ingrossata notevolmente a discapito dei tiepidi, ormai una minoranza sparuta, mentre i ranghi dei suoi sostenitori sono aumentati ben poco. Insomma, tanto per cambiare, Antonio Candreva è un calciatore che divide pubblico e critica.

Guarda un po' chi ha le statistiche migliori relativamente al playmaking offensivo...
Guarda un po’ chi ha le statistiche migliori relativamente al playmaking offensivo…

Il punto però è un altro e cioè che quest’Inter, al netto di tutto, non può prescindere dal suo numero 87. Ovviamente nella miglior versione di sé stesso, quella ammirata da tanti osservatori neutrali nei migliori anni alla Lazio, dove era più creativo e fantasioso nonché puntuale in zona gol. Il crossatore compulsivo e bulimico che abbiamo visto così spesso nell’ultimo anno e un mese è un parente depotenziato e lontano dai picchi che lo stesso giocatore ha raggiunto non così di rado tra il 2012 e il 2016 (andando sempre in doppia cifra tra gol e assist, tra l’altro).

Perché il vero Candreva è un giocatore che ha delle idee, sa passare il pallone anche tenendolo attaccato al terreno, è in possesso di una buona visione di gioco, è più lucido nel saltar l’uomo e bravissimo a cambiare passo, diventando letteralmente micidiale in transizione positiva. Un “restauro” del centrocampista azzurro alla sua miglior versione possibile sarebbe veramente quasi un acquisto in più – per usare una formula molto cara a Galliani nei suoi anni di Milan – perché all’Inter quel Candreva lì s’è visto veramente poco.

Guarda un po' chi ha creato più occasioni da gol l'anno scorso...

Probabilmente in biancoceleste si sentiva più stella, più decisivo, più rilevante nelle gerarchie dello spogliatoio e più importante anche sul mero piano tecnico mentre all’Inter, considerando anche che ha dovuto inserircisi in un anno che definire disgraziato e delirante non rende appieno l’idea, probabilmente non ha ancora guadagnato un’autostima e una sufficiente sicurezza di sé all’interno del contesto in cui è immerso che gli consentano di prendersi quelle libertà sul piano gara che, alla fine, hanno un po’ fatto le sue fortune negli anni passati nella Capitale.

L’Inter di Spalletti attuale palesa proprio quel tipo di lacune che il “Candreva della Lazio” saprebbe parzialmente colmare e che, invece, quello attuale non può fare a meno di rimarcare: la prevedibilità, la ripetitività, la sterilità. Tutto ciò ha fatto sì che tra gli interisti in tanti si siano convinti di aver rimediato poco più che un bidone dalla Lazio e, comunque, un elemento se non scarso, certamente sopravvalutato.

In realtà, non c’è bisogno di essere così duri con l’esterno romano perché resta un giocatore di valore (basti pensare che in un’annata tremenda per la squadra e opaca a livello personale ha comunque ammonticchiato 6 gol, 11 assist e un discreto numero di key passes). Il suo problema a Milano, finora, è che probabilmente non ha trovato un contesto che tenesse nella giusta considerazione le sue qualità o che lo valorizzasse nel modo giusto, infondendogli sufficiente sicurezza.

Candreva merita ancora la fiducia del pubblico e Spalletti ha già dimostrato di volerne fare uno dei centri di gravità permanenti della squadra. Forse serve solo un altro po’ di tempo. Anche se, quando si parla di Inter, il tempo pare sempre essere l’unica risorsa scarsissima…

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