EDITORIALE – La bellezza di un’esultanza ad agosto

EDITORIALE – La bellezza di un’esultanza ad agosto

Una corsa sotto la curva, ventidue braccia che abbracciano il compagno durante un’esultanza. La gioia di aver fatto un gol quando serve a sè stessi prima che al risultato. Questa è l’inter di Spalletti.

di Aldo Macchi

“I risultati delle amichevoli estive lasciano il tempo che trovano”. Prendete questa frase, scrivetela sulla lavagna per innumerevoli volte, come se fosse un castigo. Usatela come mantra pensando ad estati come quella scorsa. Un Mancini con le valigie pronte, un mercato che stenta, acquisti poco funzionali, o meglio, poco collegati l’uno all’altro. Poi De Boer, gli ultimi fuochi d’artificio, Joao Mario, Gabigol. Tanti, tantissimi gol subiti, pochi, pochissimi gol fatti, depressione dei tifosi e una stagione che, con il senno di poi, sarà da dimenticare alla svelta. Quest’anno si parte al contrario: si sminuisce la rosa che, a fine agosto 2016 era pronta per un ruolo da antagonista alla Juventus, forti di un settimo posto che non può essere la realtà di Icardi e compagni. Arriva Lucano Spalletti, e la promessa dei quattro acquisti per rinforzare la rosa. I top player vengono annunciati e, ad oggi, non acquistati. La squadra vince, perde, pareggia. Norimberga, una compagine non certo blasonata: un déjà vu preoccupante. Poi la tournèe in Asia che tutti, compreso Spalletti, avrebbero voluto evitare. Ma lì c’è un popolo che quel settimo posto nemmeno sa cosa sia. Osanna i campioni visti solo in televisione a migliaia di chilometri di distanza. Lì c’è l’interismo, o l’intelismo per usare un po’ di autoironia. Lì, a modesto parere di chi, ve lo assicuro, vuole arrivare ad una conclusione, cambia qualcosa nell’approccio di Spalletti e non solo. “I risultati delle amichevoli estive lasciano il tempo che trovano”  ma se vinci è meglio.

NON CONTA IL RISULTATO – Non c’è incoerenza e nemmeno paradosso nell’apparente cambio di punto di vista. Non è un voler salire sul carro dei vincitori ora che si è fatto un tuffo nei ricordi quando il 2-0 al Bayern Monaco significava Champions League. Non è neppure un 2-1 al Chelsea come negli ottavi di andata di Champions sempre nel 2010. Non ci sono i tre punti in palio, ma c’è quasi di più. C’è l’unica cosa che conta ad agosto: caricare l’entusiasmo a mille. Perché mentre da altre parti circolano certificati medici, permessi speciali, unghie incarnite che tengono i giocatori sul mercato ai margini delle amichevoli estive, all’Inter tutto questo non avviene. All’Inter Perisic, Brozovic, ma soprattutto Jovetic, segnano ed esultano. Sì esultano. Un dettaglio da poco, si dirà. Non è così. Ho sempre provato un po’ di malinconia, fin da bambino, a vedere le amichevoli di agosto. I trofei Birra Moretti, il trofeo Tim, che sembravano quasi fiction tanto il calcio faceva da contorno allo spettacolo, alle esigenze televisive che ancora non si adattavano al ritmo dello Sport. Poi la tv satellitare ha rivoluzionato l’esperienza del calcio in tv, mandando nel dimenticatoio quei piccoli momenti di sport consegnato al popolo in “chiaro”. Ma questa è un’altra storia. Quella che voglio raccontare oggi, è la storia di gol senza esultanze, a testa bassa, con un piccolo sussulto per prendere il fiato e i cinque di incoraggiamento da parte dei compagni mentre si torna a metà campo. Un allenamento, come appunto dovrebbe essere questo calcio d’agosto. Come è stato per il Villareal, come non è stato per l’Inter. No, l’Inter non si sta allenando, l’Inter vuole vincere: l’Inter ha capito che davvero, come ha detto Spalletti, questa è la sua ultima occasione.

L’IMPORTANZA DI UN’ESULTANZA – Azione di prima. D’Ambrosio, Gagliardini, Candreva, Eder: zampata vincente dell’italo brasiliano che trafigge l’estremo difensore del Villareal. Dita al cielo, corsa ad esultare poi un fulmine, Joao Mario arriva di gran carriera e gli salta in spalla: Eder lo sorregge. Poi arrivano tutti, tutti verso i compagni, tutti abbracciati. È il 26’ di un’amichevole di agosto a San Benedetto del Tronto: gli 11 in campo stanno esultando come solo chi quel gol lo voleva come la cosa più preziosa al mondo. “Bravi avete vinto la coppa del nonno” diranno gli altri tifosi. Ma lasciamoli parlare e guardiamo quello che sta accadendo. I nerazzurri stanno mordendo l’erba.

“Ci sono calciatori protagonisti, che all’interno di un gruppo dove c’è concorrenza fanno fatica a stare. Non riescono ad autostimolarsi: o giocano, oppure non sono d’accordo a restare per giocarsi il posto. Pretendono di avere un numero di partite garantite, io questo non posso farlo”.

Sono parole di Luciano Spalletti non più tardi di 15 giorni fa. Si parlava di Jovetic, prima del suo gol strepitoso con esultanza poco fraintendibile: “Io resto qui”. Un’altra esultanza. Un altro gol nel calcio d’agosto. Nel frattempo arriva Vecino, ora Dalbert, domani, molto probabilmente Emre Mor. Poi sarà tempo, sempre con i dovuti periodi ipotetici, di quel colpo finale da entusiasmo di vigilia del campionato. Nel frattempo questa Inter esulta, segna, subisce poco, diventa squadra. “I risultati delle amichevoli estive lasciano il tempo che trovano”, si diceva. Verissimo. Ma è arrivato il tempo della conclusione: se non è il risultato che conta, si salvi almeno il contenuto. E quel che si vede in questo agosto caldo, è che l’Inter sta imparando a volersi bene, anche quando in palio c’è “soltanto” la dignità e l’esigenza di autostimolarsi.

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