21 Luglio 2018

Acción Romantica – La batalla de Avellaneda

La rubrica di Stefano Mazzi: "Perché gli interisti sono gli ultimi dei romantici"

Ci sono battaglie di cui non troveremo mai traccia sui libri di scuola, eppure valgono lo stesso la pena di essere raccontate. Loro sono uniche tanto quanto quelle combattute da Cesare oppure Napoleone. Non hanno niente da invidiare a quelle tra pirati o le scaramucce tra Atene e Sparta. Sono battaglie vissute, lottate, bramate, cercate. Strappate col sudore e le palle piene, anche se il campo di battaglia non è una vallata incantata nel bel mezzo della Germania, ma prato infuocato nel cuore dell’Argentina.

È esattamente il 15 settembre del 1965 e l’Inter scende in campo ad Avellaneda, all’Estadio La Doble Visera, per la seconda volta nella sua storia dopo la trasferta l’anno prima nella quale uscì sconfitta ma alla fine campione del mondo sul neutro del Bernabeu. Quello che i ragazzi di Herrera trovano in Argentina non è il clima che si addice ad una partita di calcio, ma una vera e propria guerra tra due continenti. L’Inter viene fatta oggetto di attenzioni molto particolari, tutt’altro che amichevoli dagli argentini che sono disposti a tutto pur di vincere la Coppa Intercontinentale. Il Mago, uomo che non lasciava niente al caso, aveva avvertito i suoi ragazzi di cosa avrebbero trovato quella sera, che non sarebbero scesi a giocare in un luogo situato su questa Terra, ma direttamente all’Inferno. Herrera era un uomo che preparava e sapeva tutto dell’avversario: come avrebbe giocato, l’intensità che avrebbero messo su ogni pallone, il clima che avrebbero trovato. La sua lavagna era un racconto dal quale i suoi ragazzi attingevano tutte le informazioni che servivano per raggiungere l’immortalità.

All’epoca non esistevano i filmati, così Helenio prima della “batalla de Avellaneda” consegnò ad ognuno dei suoi ragazzi la foto del proprio avversario. Quando a Mazzola diede quella del suo, David Acevedo, guardò negli occhi il giovane attaccante e disse “Questo è un assassino. Un “picador”. Tu corri più veloce di lui e vedrai che uscirai senza un graffio. Stancalo. Non dargli mai il modo di prenderti”. Ed in effetti, Sandro, così fece. Quei ragazzi sarebbero morti per Herrera. Ma la realtà era ben più dura della fantasia del Mago. Neanche il tempo di arrivare allo stadio che tutti i vetri del pullman che trasportava la compagine nerazzurra andarono in frantumi come gusci d’uovo sotto i sassi dei tifosi del “diablo rojo”. Non sembrava di stare in Argentina, ma direttamente nel Vietnam. Mazzola anni dopo racconterà che i due poliziotti che scortavano l’Inter sul mezzo scesero e iniziarono a sparare per aria. Allora “il baffo” urlò ai due “Ma che cosa fate?” “Tranquillo, qui più ne ammazzi più fai carriera”. Una volta scesi in campo, fu anche peggio.

I ragazzi di Herrera scesero in campo sotto una pioggia di biglie di ferro che arrivavano da ogni settore dello stadio. Sembravano tante luci bianche sotto i riflettori. Un cielo con ancora più stelle quella notte, come se non bastassero quelle che ci son già. Una di queste colpì nel petto Suarez. Altre due centrarono Herrera e Peirò. In campo, poi, il conflitto continuò senza possibilità di tregua. I calciatori vestiti in rosso più che ballerini di tango sembrano criminali dei “barrios”. Le ginocchiate non si contano neanche più dopo pochissimi minuti, mentre i gomiti alti sembrano parte integrante del gioco. Dagli spalti pieni di odio arriva di tutto e di più. Lo stadio sembra sul punto di esplodere da un momento all’altro. Sembra che tutta la curva possa tranquillamente in qualsiasi momento scavalcare le recinzioni e riversarsi in campo. Jair dopo pochi minuti venne picchiato selvaggiamente manco fosse la vittima in un traffico saltato di cocaina, mentre Giuliano Sarti dovette giocare a 5 metri dalla linea di porta perché dietro di lui volava di tutto tra biglie, scarpe e bottiglie di vetro piene pronte a fracassargli la testa. Nonostante questo, niente quella sera impedì a Giulianino di parare tutto quello che c’era da parare. Di difendere la sua porta. Il suo orgoglio L’Inter giocò una partita perfetta, arroccata nella propria area e pronta a ripartire in contropiede. Undici eroi immolarono la loro incolumità per due colori. Una fede. Un popolo che dall’altra parte del mondo era incollato alla tv a soffrire, a maledire l’Independiente. Dodici mesi dopo. Ancora. Più di un anno prima. Con ancora più odio e ansia. A pochi minuti dalla fine Avallay colpisce in rovesciata una traversa che ha tolto ad ogni tifoso interista sei anni di vita. Ma non c’è tempo. Non ce n’è più.

L’Inter è campione del mondo e può alzare per la seconda volta quella Coppa che ha difeso ad ogni costo. Anche a rischio di prendersi un buco in testa oppure un braccio rotto. Niente, in confronto all’immortalitá di una filastrocca eterna che ancora oggi, chiunque l’ascolti, recita Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, il grande Armando Picchi, Jair, Mazzola, Peirò, Suarez e Corso. Allenatore Helenio Herrera. E penso che possa tranquillamente bastare così.

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