De Paul: “Sono nel momento migliore della mia carriera. Ruolo? Adoro fare la mezzala””

De Paul: “Sono nel momento migliore della mia carriera. Ruolo? Adoro fare la mezzala””

Seconda parte dell’intervista concessa da Rodrigo De Paul al Corriere dello Sport, nella quale ha raccontato alcuni episodi della sua infanzia e parlato del suo momento attuale all’Udinese

di Simone Frizza, @simon29_

Seconda parte della lunga intervista concessa da Rodrigo De Paul al Corriere dello Sport, nella quale ha parlato del suo momento attuale, della famiglia, della nazionale argentina e del momento dell’Udinese, impegnato nella lotta salvezza. Ecco le sue parole.

De Paul, questa finora è stata la sua miglior annata da quando è in Italia?
“Direi la migliore della mia carriera in assoluto. Sono cresciuto e non ho paura di prendermi le mie responsabilità, di guidare la squadra. Voglio giocare tutte le partite ed essere protagonista”.

Qual è il segreto dei suoi progressi?
“Nessuno in particolare. Sono nel momento migliore della mia carriera: mi sento al top fisicamente, ho già una buona esperienza e una discreta maturità, ma credo di poter migliorare ancora”.

Per un argentino, però, deve essere piacevole anche il corteggiamento del Napoli, l’ex squadra di un certo Maradona.
“Alla mia famiglia è sempre piaciuto tanto il calcio e sono cresciuto con i racconti su Diego con la maglia azzurra. Quando vado al San Paolo a giocare, tocco con mano l’amore di quella gente: pensate che a Napoli in albergo mi lasciano dei regali solo perché sono argentino come Maradona… Una cosa emozionante”.

Perché quando segna bacia il tatuaggio che ha sul polso?
“Lì ho quello per mio nonno Osvaldo che è stato come un padre. Purtroppo non mi ha visto giocare in prima squadra perché se n’è andato quando avevo 14 anni, ma è sempre con me. Sono diventato un calciatore grazie a lui: mio padre, con cui adesso ho recuperato un buon rapporto, in quegli anni non c’era e sono cresciuto con mio nonno a Sarandì, un quartiere di Avellaneda. Mi portava agli allenamenti: andavamo in autobus e poi lui si faceva 5 chilometri a piedi per tornare a casa. È stato grande. Quando è scomparso per me è stata durissima e da quel momento in poi nella testa avevo un chiodo fisso: diventare un calciatore professionista per lui e per prendermi
cura della mia famiglia”.

Com’è stata la sua infanzia?
“Felice perché stavo tutto il giorno fuori di casa con il pallone. Oltre a mio nonno, c’erano mia nonna Alicia, mia mamma Monica e i miei due fratelli più grandi: uno fa il dottore, l’altro il tecnico di computer in Argentina”.

Oltre al tatuaggio per suo nonno quanti altri ne ha?
“Direi 28-30… Ho il nome di mia mamma sul cuore, il ritratto del mio cane Rocky, il nome di mia nonna, il volto di Gesù, una immagine di me da piccolo con la maglia numero 10 che gioco tra i palazzi della mia città. Ora devo
fare qualcosa per mia figlia Francesca, nata 3 mesi fa”.

Lo spazio per tatuarsi una coppa se lo è lasciato?
“Certo! Vincere qualcosa con l’Argentina sarebbe un sogno perché sono 25 anni che il nostro popolo aspetta. Una bella Coppa del Mondo o la Coppa America me le tatuerei volentieri”.

Prima di esordire con Argentina, è mai stato tentato dall’Italia?
“Questa opportunità c’era perché il nonno di mio padre era italiano e io ho il vostro passaporto. La FIGC me lo ha chiesto, ma per me la maglia dell’Argentina è la più importante del mondo. Indossarla è un sogno e quando me la metto, non posso neppure spiegare cosa sento dentro”.

Spera di essere convocato alla prossima Coppa America?
“Con questo staff tecnico sono stato sempre chiamato, ma so bene che l’Argentina ha diversi ottimi giocatori”.

Chi è più forte tra Messi e CR7?
“Tutti e due sono grandissimi però io ho un’ammirazione particolare per Messi, il migliore della storia. Mi piace il calcio e godo a vederlo giocare e ad averlo come compagno nella Seleccion”.

Com’è stato il primo allenamento insieme a Messi?
“Lui è un ragazzo molto buono e gentile. Se lo guardi da fuori ti incute soggezione, ma nella vita di tutti i giorni ti fa sentire un semplice compagno. Prima ero innamorato del campione, ma da quando l’ho conosciuto mi sono innamorato della persona”.

Quanti punti mancano all’Udinese per essere salva?
“Ultimamente tutte le squadre che devono salvarsi vanno forte e quindi è difficile dire quanti ne serviranno. Credo che a noi manchi… di fare punti fuori casa. A Udine non perdiamo da 7 partite, mentre in trasferta… A Frosinone
abbiamo una grande possibilità per chiudere il discorso”.

Che giudizio dà della stagione dell’Udinese?
“È stata strana perché abbiamo cambiato tre allenatori e una squadra di qualità come la nostra non dovrebbe essere dove è ora. Il calcio però non si può sempre capire e spiegare… Adesso dobbiamo pensare solo alla salvezza: non solo la nostra squadra, ma soprattutto la gente e la società meritano di stare in Serie A. Mi aspettavo di soffrire di meno perché siamo un gruppo che ha qualità. Purtroppo abbiamo perso gare incredibili come quelle con l’Empoli e il Bologna che meritavamo di vincere 3-0”.

Quanto hanno influito i cambi di allenatore sul vostro cammino?
“La responsabilità più grande di questa classifica è di noi giocatori. Con Tudor abbiamo migliorato l’aspetto fisico e lui ci ha tolto la paura che avevamo”.

Perché avevate paura?
“È difficile giocare per la salvezza se non sei abituato. E quanto le cose non vanno, l’ansia cresce. Ci siamo trovati in una situazione difficile nella quale la testa non girava. E’ stata dura, ma adesso ne siamo quasi fuori”.

Chiudiamo con il suo ruolo. Ha giocato trequartista, esterno sinistro e adesso mezzala: dove si sente più a suo agio?
“Oggi mi trovo bene come mezzala perché in questa posizione ho spesso il pallone tra i piedi. Posso migliorare, ma le cose vanno alla grande. Mi piace anche fare l’esterno offensivo a sinistra che è il “mio” ruolo, mentre il trequartista è un po’ più difficile”.

Qual è il giocatore a cui sognava di assomigliare da bambino?
“Riquelme lo amavo tanto. Idem Ronaldinho e Zidane”.

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