Cruz: “Torno in Italia con mio figlio, contatti con due club. Cuper? Abitiamo nello stesso palazzo, ecco un aneddoto”

Cruz: “Torno in Italia con mio figlio, contatti con due club. Cuper? Abitiamo nello stesso palazzo, ecco un aneddoto”

L’ex centravanti nerazzurro particolarmente in ansia per via del coronavirus

di Antonio Siragusano

Si legge tanta preoccupazione nelle parole di Julio Ricardo Cruz nel corso della prima parte dell’intervista rilasciata sulle pagine del Corriere dello Sport. El jardinero, però, una volta passata l’emergenza racconta di voler tornare in proprio in Italia, il paese più colpito dal virus, per trasferirsi insieme alla famiglia a Milano e far intraprendere al figlio attaccante una nuova esperienza nel campionato italiano in seguito a due importanti offerte già arrivate.

Queste le parole dell’argentino: “Vedi, se quello che è successo a Milano succedesse in Argentina sarebbe una catastrofe, una strage, qua da noi la sanità è molto indietro rispetto a quella italiana. Ecco perché quando la gente che per le strade di Buenos Aires fa finta di niente, come se noi fossimo inattaccabili dal virus, la prenderei a schiaffi. L’Argentina è un paese da sempre vicino all’Italia, ma per queste persone è come se l’Italia appartenesse a un altro mondo. Eppure anche la Cina era molto lontana dalla mia Italia”.

Dalla tua Italia? Hai detto così?
“Sì, perché il mio cuore sarà sempre argentino ma l’Italia è la mia patria. E soffro maledettamente per quello che le sta capitando”.

Campione, sbaglio o mi sembri terrorizzato?
“Non esco di casa da 25 giorni, non ti nascondo di avere paura. Qua per il momento i contagiati sono 2mila e fino a questo momento ci sono stati 100 morti, ma i tamponi solo a chi ha febbre altissima, mal di gola e problemi respiratori. Vai a sapere quanti hanno contratto il virus pur non avendo sintomi. E credimi, a inizio febbraio ho temuto anch’io di averlo preso”.

Come hai temuto? Cosa avevi?
“Nell’albergo di Buenos Aires dove io ho l’ufficio, il console italiano ha fatto una festa alla quale hanno preso parte tanti invitati, tra i quali anche una cinquantina di italiani. A quel punto non era ancora esplosa la pandemia, ma una settimana dopo ho avuto un mal di testa pazzesco come mai nella mia vita e un forte mal di pancia. Mi sono rasserenato in parte non avendo la febbre, ma non sapevo cosa fosse. Per fortuna dopo due giorni sono stato meglio, ma per qualche minuto ho pensato al peggio. Dimmi, mi sembra che il numero dei contagiati e dei morti si sia abbassato negli ultimi giorni in Italia, giusto? Quanti sono i morti, più di diciottomila? Dio mio… Ormai faccio anche fatica a guardare il telegiornale, è una sofferenza. Ma neanche il coronavirus mi farà cambiare idea, la mia intenzione è di tornare a vivere in Italia fin dal prossimo anno”.

Stai scherzando?
“Dico la verità. Ho già parlato in famiglia e tutti sono d’accordo con me. Probabilmente andremo a vivere a Milano, anche perché…”

Dove vuoi arrivare?
“Voglio portare mio figlio Juan Manuel a giocare in Italia. Ora è nel Banfield in Serie a ma sono già in contatto con un paio di società italiane. Non solo: hanno già mandato i loro osservatori anche a vederlo”.

Fuori i nomi, campione
“Non sarebbe giusto che te lo dicessi, magari più avanti. Non ci crederai ma è successo tutto così in fretta”.

Ma non mi avevi detto che stava studiando? 
“Studiava è vero, e a quel punto io ero stato chiaro: o vai a scuola o giochi a pallone. Decidemmo che sarebbe stato giusto prima finire gli studi e poi pensare al dopo. Conoscendo il suo grande desiderio, a giochi chiusi ho parlato con un importante dirigente del River, che gli ha dato una mano per andare a giocare nelle giovanili del Banfield. Proprio nel Banfield dove è incominciato il mio percorso. Poi a forza di fare gol, si è ritrovato in prima squadra. Ha vent’anni, e dammi retta, è fortissimo”. 

Più di quanto volevi tu?
“Da padre non voglio farlo volare troppo in alto, da ex centravanti ti confesso cha ha tutto per sfondare pure in Italia”.

C’era un motivo per il quale hai deciso di arrivare in Italia tra un anno?
“Mia figlia ha 16 anni e prima deve finire la scuola, il motivo è solo questo. Dimmi, da quanto tempo non parli con Sinisa?”.

In pratica da quando il campionato è stato fermato.
“L’ho chiamato un paio di settimane fa, mi ha risposto, meno male che se la sta mettendo alle spalle la leucemia. Quello non è un uomo, è una belva. La mia famiglia è molto legata alla sua, le nostre mogli parlano spesso al telefono”.

E ha trasmesso il suo carattere anche al Bologna.
“Il Bologna è Sinisa, anche la squadra ha addosso lo spirito del guerriero, si vede subito che ha la sua impronta. Quando giocavo con lui nell’Inter, appena si accorgeva che qualcuno abbassava la testa cominciava a urlare per scuoterlo. Lui era sempre concentrato e correva sempre, di conseguenza pretendeva che tutta la squadra si comportasse come lui e soprattutto che fosse sempre propositiva. Ecco, il suo Bologna è sempre propositivo e non dà mai l’impressione di fare il compitino, perché questa è un’altra cosa che Sinisa non sopportava e sono sicuro che continua a non sopportare”.

Lo conosci bene…
“Se pretendeva che un suo compagno si prendesse sempre le proprie responsabilità è facile immaginare che ancora di più lo pretenda ora da un suo giocatore. Scrivilo che Sinisa è un grandissimo”. 

Come Sarri, Allegri, Conte? 
“Nessun allenatore è uguale all’altro, è un grandissimo e basta. Come per me è un grandissimo Guidolin. Se sono diventato un attaccante importante anche in Italia il merito è soprattutto suo. Ti racconto questa”. 

Vai. 
“Devi sapere che Hector Cuper abita nel mio stesso palazzo. Qualche tempo fa mi raccontava che nel corso di una grigliata di carne esaltava la mia prova contro l’Arsenal quando mi chiese di marcare Campbell. Vincemmo 3-0 a Highbury e per lui il segreto di quella nostra impresa fu proprio il mio grande lavoro sul difensore inglese. Vuoi sapere cosa gli ho risposto? Che il merito era di Guidolin, che fin dal primo giorno mi insegnò a rendere difficile la vita ai difensori”. 

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