Cucci: “A Spalletti bastava un gesto semplice per chiudere il caso Icardi, ora il danno è totale. Ormai Luciano vive il calcio come…”

Cucci: “A Spalletti bastava un gesto semplice per chiudere il caso Icardi, ora il danno è totale. Ormai Luciano vive il calcio come…”

In un lungo editoriale, il giornalista Italo Cucci analizza il caso Icardi-Spalletti

di Alexander Ginestous, @AGinestous

Il caso della mancata convocazione di Icardi per Inter-Lazio, ha rialzato di nuovo un polverone su una vicenda che sembrava essere giunta al termine dopo il ritorno in gruppo del giocatore. Spalletti invece, ha deciso di lasciare ancora per questa volta Icardi in tribuna, facendo trasparire il suo malcontento per come si è evoluto la faccenda.

Quest’oggi sul Corriere dello Sport, Italo Cucci, nel suo editoriale, analizza la vicenda: “Spalletti non è banale, mai. Neanche quando servirebbe. Un gesto semplice, convenzionale, potrebbe risolvere il Problema Icardi, riportarlo in squadra, invitarlo al gol? Lui sa che si può fare, ma affida la soluzione al suo pensiero e ne esce una inevitabile complicazione. Un’ulteriore prova – perché in cuor suo sa che deve dare una risposta risolutiva – è filtrare il tutto con la mente e con l’anima: e allora orgoglio e pregiudizio fanno il resto. Il danno è totale. È depressione. L’improbo Maurito e la sua maliarda miliarda non son degni di rientrare in Casa Inter pur se bastava una sola parola per riaccoglierli in pace. Un Amen. Semplicemente accogliendo i silenzi di Zhang e le parole di Marotta per ritrovare il figliol prodigo e festeggiarlo. Maddài, troppo semplice. E la lotta continua. Fino a maggio e non oltre, mi vien da pensare”.

Poi una lunga riflessione su Spalletti: “Capisco oggi – in verità non mi ero mai posto il problema – perché Luciano stesse tanto bene a San Pietroburgo; me lo immagino, nelle ore libere, compulsare i coinvolgenti sacri testi di Dostoevskij, magari nella sua stessa casa, all’angolo fra la Prospettiva Kuznechny e la strada Yamskaya, dove io stesso provai un senso di sofferenza e poi di liberazione visitando quelle stanze apparentemente spoglie ma con tocchi d’arredo fine, borghese, fingendomi naturalmente l’ormai afasico creatore dei “Demoni” avvolto in una nube di fumo. E sigarette divorate fino al lungo bocchino di cartone abbandonate nei posacenere. Spalletti ha forse cominciato a vivere il calcio come divertimento e passione passeggiando per la sua Toscana, la più ciacciona, fra Castelfiorentino, Viareggio e Empoli, dov’è trascorso in automatico dalle scarpette alla panchina; poi ha visto il mondo, s’è confrontato con il realismo furlano, ha fatto esperienze che gli hanno aperto le porte di Roma. Mai il cuore dei romani, però, che l’hanno sempre sentito giudice sospettoso e mai apertamente nemico come Capello, l’odioso vincitore. Vincitore, appunto. Eccolo, Spalletti, giudice di un ambiente, di un mondo, di una città, come il vate di San Pietroburgo; e se la città, il club, la squadra hanno un leader – Francesco Totti – ecco affrontarlo perché mai più sia messa in discussione la leadership: e qui comando io, e questa è casa mia. Il re dei maghi, Helenio Herrera, si accontentava – più pratico – di guadagnare più dei suoi giocatori. Troppo difficile per uno come Spalletti che si gioca anche l’anima, a volte solo per il gusto di partorire pensieri e parole che altri manco s’attentano a cercare. Come ieri, quando gli han chiesto se avrebbe fatto giocare il giovanissimo Esposito: «Non ancora – ha detto – c’è da metterlo in condizione di crearsi quel guscio che si chiama essere uomo, serve la corazza per diventare campione». Diceva di Esposito, pareva un contorto giudizio su Maurito che la corazza la fa portare a Wanda. Il guscio, poi, dipende dal soggetto uomo: il calciatore eterno bambino ce l’ha tenero come la fontanella dei neonati; l’adulto, come Spalletti, lo usa come scudo. Contro i più forti. E perde”.

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