Julio Cesar: “Handanovic? Non è il mio erede. Ricordo più brutto la sconfitta con la Germania. Che disastro con Mancini quando…”

Julio Cesar: “Handanovic? Non è il mio erede. Ricordo più brutto la sconfitta con la Germania. Che disastro con Mancini quando…”

L’acchiappasogni idolo dei tifosi nerazzurri ha rilasciato una lunga intervista sulle pagine de La Gazzetta dello Sport

di Antonio Siragusano

L’estremo difensore ex Inter, Julio Cesar, nell’intervista concessa quest’oggi sulle pagine de La Gazzetta dello Sport, ha ricordato quelli che per lui sono stati i momenti più belli e più brutti della carriera. L’acchiappasogni nerazzurro, da qualche mese a questa parte ha scelto di ritornare al calcio giocato con la maglia del Flamengo, mandando la moglie su tutte le furie.

Ecco la seconda parte dell’intervista:

La persona più importante?
“Flavio Tenius, l’allenatore dei portieri del settore giovanile del Flamengo: mi portò in prima squadra a 17 anni, fu il primo a credere in me”.

L’emozione più grande?
“Non mi faccia sforzare: posso dirne tre?”.

Certo che può.
“La prima, Campeonato Carioca 2001, Flamengo-Vasco: dovevamo vincere con due gol di scarto, Dejan Petkovic segnò il 3-1 su punizione a due minuti dalla fine. La seconda è ovviamente Madrid, la Champions: di sicuro il punto più alto della mia carriera. La terza, Mondiale 2014: i due rigori parati contro il Cile negli ottavi di finale”.

E il momento più difficile è facile da dire, arrivò dieci giorni più tardi: Brasile-Germania 1-7. Ha sempre fatto fatica a parlare di quella partita.
Perché faticai a capire cosa successe, ancora oggi non lo so bene. La Germania conosceva i nostri punti deboli, ma noi glieli mostrammo come un libro aperto. Giocammo male male male”.

Chiuda gli occhi: cosa ricorda di quella notte?
“Ero in campo e pensavo: ‘Dai Julio, è solo un incubo: adesso ti svegli’. E poi Thiago Silva nell’intervallo: era già 5-0, provava a scuoterci. Ma in quello spogliatoio c’era un silenzio irreale, in realtà non stava parlando nessuno. Il calcio è così, è come la vita: non ti abbraccia sempre e a volte ti fa affrontare, anzi ti impone, cose inimmaginabili. È lì che devi dimostrare di essere una persona forte dentro”.

Qualcosa del genere è appena successo a Buffon.
“Quel rigore lo puoi dare o non dare, ma se sei l’arbitro ad un certo punto puoi anche girarti dall’altra parte e non espellere Buffon. Detto questo: è stato Gigi a riconoscere che poteva esprimere gli stessi concetti in un altro modo. Ma quando hai tanta adrenalina in circolo, dici cose di cui poi ti puoi pentire”.

Le è mai successo di arrabbiarsi così?
“Non in momenti così importanti. Dissi di tutto a Rocchi (Inter-Napoli 0-3, ottobre 2011) quando parai un rigore di Hamsik e lui non si accorse che Campagnaro entrò in area in netto anticipo per segnare sulla respinta. E me la presi molto con Rizzoli (Inter-Milan 4-2, maggio 2012) che mi fischiò un fallo da rigore su Boateng che non c’era. Infatti poi disse pubblicamente di aver sbagliato”.

Ha detto: con Handanovic ho lasciato l’Inter in ottime mani.
“Io non mi sono mai sentito l’erede di Toldo, con cui ho avuto un rapporto bellissimo, e Handanovic non è stato il mio erede: lui è un grande portiere, ma l’Inter sarà sempre più importante di qualunque suo giocatore”.

Quanto tornerà a Milano, per vederla a San Siro?
“Spero di tornare per una partita di Champions League. Dunque presto, spero”.

Ce lo racconta un segreto di questi vent’anni?
“Ero arrivato all’Inter da poco: seconda di campionato, Palermo-Inter. Mancini in settimana mi fa: ‘Corini lo conosco bene, se sulle punizioni gli sistemi la barriera al contrario lo mettiamo in difficoltà’. Ero perplesso, ma gli dico: ‘Tu sei il boss, faccio come mi dici’. Il sabato, punizione di Corini e palla all’incrocio. Tre settimane dopo andiamo a Torino a giocare con la Juve. Mancini: ‘Con Nedved ho giocato, occhio che le punizioni le tira basse sul tuo palo’. Punizione di Nedved: sopra la barriera e 2-0. I giornalisti iniziano a martellare: che scarso Julio Cesar sulle punizioni. Alla ripresa prendo il Mancio da una parte: ‘Boss, facciamo così: se sbaglio, sbaglio io, ma d’ora in poi scelgo io. Ok?'”.

E se potesse scegliere come essere ricordato, da domenica in poi?
“Con il mio sorriso, il sorriso di uno che ha cercato di essere amico di tutti. Un buon compagno di squadra. Anzi, ex compagno. Purtroppo”.

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