L’Intertinente – Il Derby come ode alla tradizione

L’Intertinente – Il Derby come ode alla tradizione

Una rubrica per rafforzare un concetto: l’impertinenza di essere nerazzurri

di Alex Angelo D’Addio

C’era un tempo in cui le monotone finte di Shevchenko erano diventate un’imposta che l’ucraino era puntualmente pronto a riscuotere dagli imbarazzi di marcatura di Córdoba, i riflessi di Toldo venivano annullati dai siluri di Seedorf, le amnesie di Dida rallegravano le ambizioni balistiche di Cambiasso, e l’eleganza di Diego Milito nei cambi di passo rintontiva la sbadataggine di Abate.

C’era un tempo ove la percettibilità dell’atmosfera da Derby si abbinava alla valenza custodita da questi 180 minuti stagionali: il manifesto del dominio cittadino, nel quale i protagonisti in campo si riconoscevano e per il quale sarebbero stati disposti ad azzardare una tibia pur di non soccombere in un contrasto o di rallentarne l’impeto. Chiunque scendesse sul rettangolo di gioco, era cosciente che non esistessero vittorie riparatorie che potessero riscattare una disfatta nella Stracittadina: “Se vinci il Derby, stai bene fino al prossimo”, enunciava lo Zio Bergomi con la lucidità della speranza di trasmettere il paradigma a chi l’avrebbe succeduto.

C’era un tempo dove le circostanze di classifica subivano il peso della storia, e si rassegnavano davanti alla portata mastodontica di una contesa immortale, che ridimensionava persino gli obiettivi annuali di entrambe le squadre. La meraviglia di allora prova oggi, timidamente, a tornare a splendere in un San Siro vestito a festa: la Curva Nord continuerà a garantire il supporto di sempre e a testimoniare una fedeltà incondizionata, dando battaglia sugli spalti all’opposta fazione a colpi di coreografie d’avanguardia e di teatralità assolute.

Nell’attuale epoca delle iper-quotazioni di un mercato fuori controllo, della sovra-mediatizzazione di un agglomerato di scellerati, e della rincorsa all’utile economico a discapito della gratuità del sentimento, la nostalgia di questa narrazione sembra un orizzonte lontano, irraggiungibile, e forse non più realizzabile.

Ma ai ruggiti di Simeone, le bordate di Stankovic, le piroette circensi di Obafemi Martins e le sentenze sotto porta di Julio Cruz, prova a rispondere Luciano Spalletti che, “petto in fuori, mani dietro la schiena e orgoglio nel cuore”, riempie di interismo, quello vero di cui andare fieri, una stracitaddina che può finalmente segnare un taglio netto con il buio calcistico milanese del più recente passato. Il clima Derby sta bussando, e i proclami sono sempre gli stessi: sciarpe al cielo, bandiere a garrire, striscioni srotolati, onore, gloria, e VIVA L’INTER!

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