Toldo: “Inter Forever è una mia idea nata grazie all’Inter. Gli anni in nerazzurro? Non ho scheletri nell’armadio”

Toldo: “Inter Forever è una mia idea nata grazie all’Inter. Gli anni in nerazzurro? Non ho scheletri nell’armadio”

Il responsabile di Inter Forever si è raccontato in una lunga intervista

di Martina Napolano, @OnlyLoveINTER

Francesco Toldo, ex portiere dell’Inter e responsabile di Inter Forever, ha rilasciato una lunga intervista a Milano Sportiva. Ecco le sue parole:

CAPACITA’ DI SACRIFICIO – “La capacità di sacrificarsi è il vero problema dei giovaniPrima devi dimostrare poi puoi chiedere, così almeno io sono cresciuto. Adesso chiedono subito, se non ottengono tendono a mollare. L’età dai 16 anni fino a 20 anni è la più critica.Quando per maturare bisogna rimanere sul pezzo. Invece molti rinunciano. Senza aspettare. Probabilmente le troppe comodità ammorbidiscono. Hanno tutto troppo facilmente, non concepiscono il sacrificio come passaggio necessario per raggiungere un obiettivo. Chi invece vive vere difficoltà, si apre la strada da solo. E fa la differenza. Non voglio pensare che siano tutti così ma i ragazzi che incontro mi danno questa sensazione”. 

MANCANZA DI ELEGANZA – “Dico questo perché parlo tanto con loro di valori. Vedo che dopo una decina di minuti cominciano a distrarsi, molto facilmente. Sono disinteressati, ti giudicano bollito solo perché non usi i social come loro.Non concepiscono altro modo di comunicare. E manca loro l’eleganza. Intesa come buone maniere, buon gusto, capacità relazionali rispettose e appropriate con il prossimo. Così come lo spirito di rinuncia. Ricordo che quando comprai la mia prima auto, lavorai due anni prima di mettere da parte i soldi necessari per acquistarla. Non voglio sminuire un’intera generazione, in qualche modo anche noi genitori siamo responsabili dei loro comportamenti. Ma quello che vedo mi rattrista”.

CONFRONTO – “Nel mondo sportivo è diverso. Però dobbiamo imparare a calibrarci. Squadre di calcio con rose eccessivamente internazionalizzate, sin dalle giovanili. Quando giocavo, nella squadra Primavera i giocatori stranieri erano assenti. Adesso la situazione è completamente ribaltata, fai fatica ad inserire un giocatore italiano nella Primavera. E il confronto con gli altri è impietoso. Soprattutto con i ragazzi africani che hanno una fame terribile. Ho fatto tre anni nelle nazionali giovanili, siamo andati ai Giochi del Mediterraneo 2001. I nordafricani sono tremendi. Corrono sempre, se l’arbitro non fischia loro non si fermano. Vedono il calcio europeo come una miniera, non vedono l’ora di incontrarti per mangiarti. La selezione naturale per loro fa la differenza, sopravvive solo chi è veramente forte. L’esempio? Keita, il simbolo di un atleta”. 

PROGETTO PER GIOVANI – “La paura di rischiare è una cattiva abitudine. In Cina, per esempio, se sei bravo passi al livello superiore. Da noi per salire nella scala gerarchica fai fatica, ostacolato dall’ostracismo degli anziani del gruppo. In realtà in Italia non esiste un progetto che metta i giovani al centro. Non ti danno il tempo. L’Inter, per esempio, dopo il 2010 avrebbe dovuto ripartire subito dai giovani, darsi il tempo per far crescere i talenti. Ciò però non si sposa con la fretta di tifosi ed addetti ai lavori che vogliono vedere immediatamente i risultati. E poi i giovani che puoi portare in prima squadra, secondo le regole europee in vigore, sono al massimo quattro e solo dopo almeno due anni nelle giovanili. Troppo poco in considerazione di rose divenute ormai molto ampie”. 

SOLIDITA’ CONTRATTUALE – “Puntare sui giovani è il punto di partenza- ribadisce Francesco Toldo  Ma non basta. Dobbiamo obbligare i giocatori a rimanere nella stessa squadra per un periodo minimo. Solo attraverso il superamento delle sofferenze nei momenti difficili hanno la possibilità di crescere. Ci vuole assolutamente una maggiore solidità contrattuale. Troppo facile che possancambiare da un anno all’altro, alla prima difficoltà o al primo dissapore. Mi spiace vedere un ragazzo cresciuto nell’Inter andare a fare le fortune di qualche club straniero. Il vero problema sta forse nell’abitudine dell’Inter a lasciare troppa libertà di movimento ai giocatori mentre altre società tendono a imbrigliarli. Senza far trapelare niente all’esterno. Fermo poi abbandonare a loro stessi giocatori che ne hanno fatto la fortuna calcistica. Gigi Buffon, Alessandro Del Piero e Paolo Maldini solo i casi più famosi. All’Inter questo non succede, la società continua a mostrare riconoscenza ai suoi campioni”. 

NUOVI ORIZZONTI – “Sono convinto che nella vita bisogna accontentarsi, i miei genitori vivono con la pensione minima e sono sempre sorridenti. La semplicità ti permette di vivere meglio. E vincere insieme. Perché l’egoismo non porta alla vittoria, l’egoismo porta a essere isolati. I risultati parlano chiaro, le soddisfazioni sono arrivate per tutti. Avrei potuto continuare altri due anni. Ma avevo già deciso di smettere qualora nel 2010 avessimo vinto tutto. La condizione fisica era comunque ottima, era la testa che ormai mi portava ad esplorare nuovi orizzonti. Il calcio non mi bastava più. Cercavo altro, per andare oltre”.

SOLIDARIETA’ – “Prima di guardare me stesso ho sempre guardato gli altri per via di una naturale propensione verso i bisogni altrui. Anche durante la mia attività professionistica. Aiutare gli altri è cosa che mi fa star bene. Conclusa l’attività professionistica, ho voluto partecipare a Inter Campusil progetto sociale per eccellenza dell’Inter a livello internazionale. Ho così scoperto un mondo associativo volto alla beneficenza. Ho partecipato a qualche iniziativa, per le quali ho ricevutonel 2012 un riconoscimento dai City Angels. Mi sono poi sempre più legato a progetti sociali. Ne è seguito Inter Forever che include gli ex giocatori dell’Inter. Un patrimonio della società che sarebbe stato un peccato perdere”.

INTER FOREVER – “Inter Forever, una mia idea che ha preso forma grazie all’Inter. Senza la quale sarebbe impossibile affrontare trasferte internazionali a scopo benefico. Ci proponiamo infatti di creare una rete di relazioni internazionali con club che condividano la nostra finalità sociale. E abbiano la struttura per garantire che i proventi delle partite vadano realmente in beneficenza. Per questo i nostri avversari si chiamano Bayern Monaco, Barcellona, Chelsea, Real Madrid. Non ci limitiamo però alle partite. Realizziamo interviste  e qualche telecronaca, facciamo presenza allo stadio, incontriamo gli Inter Club. Ciascuno da quello che può. Dentro Inter Forever ci sono tutti. Dai campionissimi come Xavier Zanetti Dejan Stankovic a quei ragazzi che nella loro carriera hanno fatto anche una sola presenza nell’Inter. Un’occasione per rinsaldare l’attaccamento ai colori nerazzurri. Per sempre”. 

RUN FOR EMMA – “Voglio fare la maratona di 42 Km e per affrontarla al meglio mi alleno tre volte alla settimana – ci racconta con entusiasmo Francesco Toldo – Lo faccio per dare un contributo a #RunForEmma, un gruppo di genitori che raccoglie fondi per bambini malati di SMA. Con i proventi acquistano le carrozzine. Li ho visti al parco, mi sono intenerito e ho quindi deciso di metterci la faccia. Quando mi alleno faccio un post così da dare a loro visibilità. Non ho per il momento coinvolto nessuno di Inter Forever. Non voglio costringere nessuno. Io faccio il mio, se gli altri vogliono si aggregano. Liberamente, senza che debba essere io ad invitarli”. 

GLI ANNI ALL’INTER – “I miei anni all’Inter? Non ho scheletri nell’armadio, una mia prerogativa è la franchezza. Sono arrivato nel 2001, dopo aver sfiorato l’approdo al Barcellona. Giocare in una squadra che non fosse italiana mi disturbava, ritenevo innaturale un trasferimento all’estero. E rifiutai. I primi anni all’Inter sono stati comunque molto difficili. Un ambiente esigente che voleva la vittoria. E voleva giocatori già pronti, maturi, solidi. A livello ambientale giocare a San Siro quando si è molto giovani è un impatto molto forte, ti può stroncare. Intanto venivo a contatto con una realtà della quale noi giocatori eravamo all’oscuro. In campo vedevi cose che lasciavano perplessi. Nonostante i grandi sacrifici e le partite vinte lo scudetto non arrivava. Ho stretto i denti. Mi è stata prospetta la scelta di fare il secondo portiere o andare via. Non mi sentivo secondo a nessuno ma ho accettato. Perché sapevo che alla fine la giustizia sarebbe arrivata. E giustizia è arrivata, mi sono creato un ruolo diverso dal mio ruolo naturale. Sono rimasto contento lo stesso”. 

TRE RIGORI PARATI –  “La Nazionale non era amata, l’audience era bassa.  Il gruppo era nuovo ma i giocatori erano cresciuti insieme nell’Under 21 e quindi si conoscevano molto bene. Nel ruolo di portiere c’era Gigi Buffon. Ed io alle sue spalle, in forma strepitosa. Giovani e spavaldi, ci siamo disinteressati dell’opinione pubblica. Il ct della Nazionale, Dino Zoff, faceva scudoCi sentivamo perciò liberi, protetti, sgravati dalle responsabilità. In una parola, sereni. Come sereno era Dino Zoff. Aveva un modo diverso, più distaccato, di affrontare i problemi. Lui, a differenza di altri allenatori, non è minimamente interessato alla poltrona. Quando qualcuno lo ha messo sulla graticola per la mancata vittoria nella finale dell’Europeo, non gli è costato fatica togliere il disturbo. Una tranquillità che ha trasmesso anche a me. Avevo parato tre rigori in una semifinale del Campionato Europeo, niente male. Eppure mi sentivo come se non avessi fatto niente di straordinario. Inevitabile, pensavo,solo il frutto di tanto lavoro

ARRIVARE SECONDI NON E’ UNA TRAGEDIA – “Nel calcio bisogna riscrivere le regoleTutti sono presi alla gola dall’ansia di fare risultati. Se non vinci sei un fallimento. Dobbiamo smetterla, non può essere una tragedia sportiva arrivare al secondo posto. Non lo dico perché arrivammo secondi a quell’Europeo ma perché chi conquista una medaglia, quale che sia, ha diritto al riconoscimento del proprio lavoro. Quella medaglia va comunque tenuta stretta. In altri sport il podio riserva spazio ai primi tre classificati. Perché non dovrebbe succedere anche nel calcio? E poi bisogna imparare a sorridere. In questo la famiglia gioca un ruolo fondamentale” Un insegnamento del papà fa breccia nei pensieri di Francesco Toldo “Se non si vince vuol dire che in quel momento qualcuno è stato semplicemente più forte di teE che farai meglio la volta successiva”. 

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