Cresciuto dentro uno spogliatoio, figlio di un calciatore che di notte lavorava in una casa di riposo per anziani e di una madre impiegata nelle pulizie: Lautaro Martinez ripercorre le proprie origini con lucidità, senza filtri. «Dico sempre che sono nato dentro uno spogliatoio, perché mio padre era un calciatore. Già quando avevamo tre o quattro anni, insieme a mio fratello, con cui ho dieci mesi di differenza, assistevamo agli allenamenti, alle riunioni tecniche e ai discorsi motivazionali», racconta l’attaccante dell’Inter.
Il calcio è arrivato per gradi. Da difensore libero, come il padre, poi esterno, infine centravanti al Racing. «Mi piaceva, come mi piace ancora oggi, abbassarmi per partecipare al gioco, ricevere il pallone e dialogare con i compagni. Quando giocavo in difesa ero uno che spazzava il pallone in avanti, mi buttavo spesso a terra. E in parte questa caratteristica mi è rimasta anche oggi.» Quegli anni gli hanno insegnato a marcare e difendere: abilità che, sottolinea, tornano utili anche nel ruolo di attaccante.
Il periodo più duro resta quello dell’infanzia. La famiglia viveva in una casa prestata da amici, pagando a malapena l’elettricità. Gli scarpini si compravano a rate o con denaro preso in prestito. «Me lo ricordo perché è stato un periodo nel quale abbiamo sofferto davvero tanto. Ma è proprio in quei momenti che impari a dare il giusto valore alle cose», dice. Oggi è soddisfatto di poter sostenere la famiglia, anche se i genitori continuano a lavorare nelle rispettive attività.
Quando le squadre europee iniziarono a chiamarlo, aveva 18 o 19 anni e preferì restare al Racing per costruirsi un nome. La consacrazione con la Nazionale argentina arrivò alla Copa America 2021, vissuta però con un peso personale enorme: la figlia era nata a febbraio, aveva due mesi e mezzo all’inizio del ritiro e quasi cinque quando lui tornò. «Quel tempo perduto, soprattutto con la mia prima figlia, nel momento in cui ero appena diventato padre, è stato pesante», ammette.
Nonostante tutto, quella Copa America segnò una svolta collettiva. Il gruppo — nel quale anche il Dibu e il Chino Martínez Quarta erano diventati padri durante il ritiro — riuscì a vincere un titolo che mancava da anni all’Argentina. «Stavamo costruendo qualcosa di bellissimo. Un gruppo che si difendeva dentro e fuori dal campo», ricorda Lautaro. Infine, un accenno a un retroscena riguardante l’Inter nella vigilia del Mondiale 2022, già affrontato in un documentario, che il testo fonte lascia in sospeso senza svilupparlo ulteriormente.