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L’Intertinente – Conte e il Pianeta Inter: racconto di 5 mesi al “massimo dei giri”

Una rubrica per rafforzare un concetto: l’impertinenza di essere nerazzurri

Alex Angelo D’Addio

In un Calcio sempre più mediatizzato e forzatamente votato alla copertina piuttosto che ai valori e ai contenuti, dichiarazioni che possano coincidere con il rigore di una convinzione, rischiano d'essere tacciate come incendiarie o peggio ancora controproducenti. Ad esempio, nella settimana dell'asprezza di Aurelio De Laurentiis nelle (inopinabili) invettive post Napoli-Atalanta rispetto alla irresolutezza dei regolamenti in materia di VAR- la cui compiutezza ed impostazione sono da rivedere per preservarne utilità, funzionalità e soprattutto propedeuticità alla riduzione delle titubanze arbitrali - e delle perplessità sull'andamento e sull'epilogo di Juventus-Genoa nel merito dello sviluppo della direzione di gara, le visioni di Antonio Conte sulla vittoria al Rigamontiai danni del Brescia avrebbero dovuto occupare lo spazio che il loro rango merita, ossia considerazioni pressoché ovvie sulle reali potenzialità di un'Inter sicuramente alla riscossa, ma non già da ora predisposta ad impensierire il dominio bianconero.

Invece, è sembrato quasi che la voce del tecnico salentino abbia attentato all'impegno della dirigenza nerazzurra capitanata da Beppe Marotta e sia stata volta a minarne serietà e credibilità, addirittura offuscando la irruenza del patron del Napoli e l'opacità del successo della Vecchia Signora di mercoledì sera. Il Vate di Setubal José Mourinho avrebbe battezzato tale condotta giornalistica "Rumore dei nemici", ma un giudizio complessivo sull'etica della stampa italiana porta a togliere gli ormeggi dal lido della malizia e ad attraccare su quello della miopia. Infatti, non c'è cattiva fede nella ricostruzione pittoresca delle parole di Conte, bensì annebbiamento e confusione.

Innanzitutto, perché non si rende merito all'equidistanza e alla ragionevolezza di un allenatore che è perfettamente conscio di disporre di una rosa non solo menomata da infortuni ed imprevisti atletici, ma pure originariamente non folta al punto da poter competere su più fronti e per giunta in carenza di un tasso qualitativo quantomeno paragonabile a quello juventino. Dal canto suo, l'ex CT della Nazionale potrebbe auto-celebrarsi adagiandosi sugli ottimi risultati sin qui raggiunti - è bene ricordarlo: nelle 13 partite tra campionato e Champions League, l'Inter ha totalizzato più del 75% di vittorie -, al contrario spinge alla necessità di proseguire su questo solco e di tentare una scalata sicuramente ostica, ma tremendamente dovuta e stimolante.

Questo è il bilancio, mentre l'analisi delle sue dichiarazioni e più organicamente di quanto da egli svolto a partire dalla fine di maggio è altrettanto inalterabile: l'influsso propulsivo e la tendenza a fungere da scudo di Conte hanno psicologicamente e caratterialmente rinnovato la muta di un'Inter recente che appariva sprovveduta e deprimente, aggiornandola al livello di una squadra che, ad oggi, ha almeno la concezione di una rotta e si sta prodigando affinché la meta sia raggiunta. Tant'è che gli esempi sono alla portata di tutti, e non c'è nemmeno bisogno di andare troppo a ritroso: se lo scorso sabato ci fosse stata l'intimidita formazione di Spalletti della passata annata, si sarebbe potuta apprezzare la medesima ed ordinata veemenza, in reazione ai ganci di un Parma - seppure peso piuma - formato box? La risposta è porta dalla molteplicità dei punti che l'Inter ha smarrito sul cammino del torneo di un anno fa, a causa di un'incapacità di fondo nel saper gestire le contese ed eventualmente nel riuscire a reindirizzarle.

Inoltre, quasi nessuno fra gli artefici della comunicazione si è prestato ad un'operazione di decodificazione delle uscite di Conte: sebbene non sia immediato cogliere la raffinatezza di una polemica mirata, tra le righe la guida nerazzurra, specificando di essere parte dell'Inter e di essersi calato nel ruolo a 360°, ha voluto trapelasse la sua comprensione che proprio la Beneamata sia costantemente esposta al bersaglio dei sicari mediatici dell'opinione pubblica e che non goda della stessa rete di protezione che alcune testate, emittenti, e circuiti di potere economico-finanziario riservano ad altre società, e che sono in grado di spostare gli equilibri delle stagioni e di influirne le narrazioni.

Fra qualche ora, Conte e i suoi sono attesi dalla assai problematica trasferta del Dall'Ara, ove affronteranno un Bologna carico di aspettative e sommerso dal calore di oltre 30.000 spettatori: nella speranza che la lotta allo Scudetto non sia soltanto un "[...] fatto mediatico".

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