Il mondo Inter piange la scomparsa di Sandro Mazzola, leggenda nerazzurra e del calcio mondiale. Il club, attraverso il presidente Giuseppe Marotta, il vice president Javier Zanetti, l’allenatore Cristian Chivu con il suo staff e tutti i calciatori, ha espresso profondo cordoglio stringendosi ai familiari.

Alessandro, per tutti Sandro, Sandrino, aveva sei anni, cinque mesi e 23 giorni quando perse il padre Valentino nella strage di Superga, quella del Grande Torino. Cresciuto tecnicamente da Giuseppe Meazza e accompagnato da Benito Lorenzi, iniziò a coltivare il suo talento all’oratorio San Lorenzo a Milano, in Porta Ticinese. A otto anni, lui e il fratello erano di fatto le mascotte dell’Inter: tra campo, spogliatoi e stadio, una formazione nerazzurra totale.

L’esordio in Prima Squadra arrivò il 10 giugno 1961, nella famigerata ripetizione di Juventus-Inter a Torino, quando Angelo Moratti ed Helenio Herrera schierarono la Primavera. Finì 9-1, per l’Inter segnò un ragazzo magro e bravo nel tocco: Sandro Mazzola. Aveva 18 anni. Una seconda punta, diremmo oggi. Un 8 e un 10, come le maglie che ha indossato nell’Inter. Mezzala o centravanti? Herrera riuscì a costruirgli addosso il ruolo giusto, per un’esplosione incontrollabile in quell’armata spettacolare che era la Grande Inter.

La consacrazione arrivò prestissimo, santificata dai mostri sacri del calcio mondiale. Prater di Vienna, finale di Coppa dei Campioni, 1964. All’ingresso in campo fu Suarez a spingere Mazzola in campo: Sandro era rimasto ad ammirare i suoi idoli fuori dagli spogliatoi, Di Stefano, Puskas e gli altri campioni del Real Madrid. In campo, poi, due gol. Doppietta in finale di Coppa dei Campioni, il primo trionfo europeo dell’Inter, un trionfo senza precedenti con le firme di Mazzola e i complimenti di Puskas: “Sei degno di tuo papà Valentino”, gli disse il fortissimo ungherese, regalandogli la maglia.

Nei 17 anni con la maglia nerazzurra, fino al 1977, Mazzola ha collezionato 565 partite ufficiali e 158 gol. Nel suo palmares quattro scudetti, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, il titolo di capocannoniere in Serie A nel 1965 con 17 gol e in Coppa dei Campioni nel 1964 con 7 gol. Nel 1971 arrivò secondo nel Pallone d’Oro dietro a Johan Cruyff.

Tra le sue reti più memorabili, il suo marchio contro l’Independiente nella Coppa Intercontinentale, la rimonta con il Liverpool griffata e festeggiata con “When the Saints Go Marching In” sparata negli altoparlanti di San Siro. Ancora: il gol nel derby dopo 13 secondi, il gol in Inter-Lazio nel 1966 che regala la Prima Stella. Il legame con l’Inter proseguì con la carriera da dirigente e poi da direttore sportivo. Anche dietro alla scrivania, intuizioni uniche. Platini e Falcao, poi sfumati. Zenga, riportato a Milano dalla Sambenedettese. E, soprattutto, Ronaldo. Il Fenomeno, arrivato dopo il pressing di Moratti e Mazzola, appunto.

Negli ultimi anni ha continuato a visitare la sede nerazzurra e il centro di Appiano Gentile, dove si sentiva a casa e ricordava di Puskas, di Herrera, di Suarez e Corso, un aneddoto dietro l’altro subito da mischiare con l’attualità, la voglia di Inter accesa negli occhi, di parlare di Lautaro e della nostra Inter, quella di adesso, quella di sempre. A maggio 2024, nel giorno della celebrazione della Seconda Stella, era in campo insieme a Bedin e Cappellini, celebrato per quella prima stella arrivata 58 anni prima. Come spesso ha raccontato, aveva un solo, ultimo, desiderio: “Essere ricordato come un bravo uomo, che se la gioca anche quando è impossibile vincere, come in quel 9-1”. Lo faremo, Sandro.