Zanetti: “Il ruolo di vicepresidente? Cerco di mettere la stessa passione di quando scendevo in campo”

Zanetti: “Il ruolo di vicepresidente? Cerco di mettere la stessa passione di quando scendevo in campo”

Il vicepresidente dell’Inter ha rilasciato una lunga intervista a Panorama per parlare della sua seconda vita in nerazzurro

di Raffaele Caruso

Javier Zanetti ha rilasciato una lunga intervista a Panorama al margine del World Business Forum 2018, dove l’ex capitano dell’Inter è intervenuto parlando di leadership e strategie di business.

La vita da vicepresidente dell’Inter – “Nessuno mi chiama vice presidente, questa è la verità. Mi chiamano ancora Pupi o Capitano, però va bene così. Nessun problema, è il nuovo ruolo che ricopro e devo dire che è anche motivo d’orgoglio per me aver potuto continuare con l’Inter in una posizione così importante”

Il primo ricordo dietro la scrivania – “Certo che me lo ricordo anche perché una delle segretarie mi ha scattato una foto senza che io lo sapessi. E’ stato un momento importante perché iniziava un nuovo percorso e io ho cercato di farlo con la stessa passione di quando scendevo in campo. Non ero spaventato. Più incuriosito certamente perché erano tutte cose nuove. Poi si cerca di imparare piano piano e si conoscono nuove persone. Ma la cosa che ho cercato e cerco di fare è rimanere sempre me stesso e trasmettere nel nuovo ruolo quella che è stata la mia esperienza quando ero calciatore”.

Lo studio – “Se è’ vero che Thohir mi ha costretto a studiare? No. Che ci voglia un percorso di formazione è vero, ma cominciarlo è stata una mia iniziativa. Nessuno mi ha mandato a studiare. L’ho pensato e deciso io sei mesi prima del momento del ritiro, quando ho deciso che rientrando dall’ultimo infortunio (rottura del tendine d’Achille nell’aprile 2013 ndr) era arrivato il momento di chiudere con il calcio giocato. Ho approfittato di quei mesi per iscrivermi all’Università Bocconi per iniziare un percorso formativo in management dello sport per farmi trovare pronto alle nuove sfide che arriveranno”.

Nulla è dovuto – Intanto sai che comincia qualcosa di completamente diverso rispetto a quello che hai fatto per venticinque anni, poi è giusto che ci si prepari conoscendo altre tematiche ed aree per essere pronto a quello cui vai incontro. Aver completato una carriera da calciatore lunga e vincente non significa che tutto sia dovuto. Per me è stato come ripartire da zero e ho scelto di affrontarla così”.

L’Inter nel sangue – “Avevo davanti un club con una proprietà straniera, ho cominciato col portarmi dietro valori e dna dell’Inter. La competenza da sola non basta, contano anche valori e senso d’appartenenza di chi lavora dentro un club”.

Dallo spogliatoio alla scrivania – “La differenza è che c’è una squadra che scende in campo e una che lavora dietro. Molti concetti, però, sono simili: creare un gruppo solido in cui tutti abbiano spirito di squadra, che ci sia un leader credibile e una linea chiara da seguire verso un obiettivo condiviso. Io sono convinto che nel calcio ci sia un relazione stretta tra come funziona la squadra che va in campo e il lavoro di quella che è fuori. E’ il percorso che stiamo facendo all’Inter con la valorizzazione del brand e l’incremento dei ricavi per poter poi creare un gruppo sempre più competitivo con l’obiettivo che il club sia sostenibile anche a prescindere dai risultati sportivi”.

Leader anche fuori dal campo – “L’importante per me è restare quello che sono, trasmettere i valori che ho appreso in tanto tempo e aiutare a creare quella squadra che lavora al di fuori del campo di cui parlavamo prima. Cerco di mettere insieme tutte queste personalità per il bene del club. Dipende dalla personalità di ciascuno. Ci sono tanti modi di essere leader e io lo sono stato preferendo i fatti alle parole. Credo che la leadership non dipenda dall’alzare la voce ma dal riuscire a far arrivare il messaggio e questo può accadere anche parlando piano”.

 

Scarpini appesi al chiodo? Non sempre –Mi sto abituando a lasciare il pantaloncino a casa e a sapere che indossarle fa parte adesso della mia divisa quotidiana. Corro, mi alleno. Sempre e comunque”.

Nessun rimpianto –Tutte le cose che mi sono successe, nel bene e nel male, tutto il mio percorso è arrivato nel momento giusto per mettersi alla prova, attraversarlo, crescere e imparare. Sono felice della mia carriera da calciatore e spero un giorno di esserlo altrettanto di quella da dirigente”.

La fondazione Pupi –E’ la mia vera, seconda, passione. Siamo cresciuti tantissimo nel tempo e oggi sono tante le aziende che si occupano del sociale. E’ una cosa doverosa perché è il tempo di impegnarsi ovunque. Abbiamo un nuovo progetto in mente. Si chiama Mamamor e si occupa delle donne incinta. Lavoriamo  sulla prima fase della vita di un bambino, dalla nascita ai tre anni, in cui ci siamo resi conto che tanti che arrivavano da noi avevano ritardi importanti e quindi cerchiamo di aiutarli da subito”.

Il futuro –Spero ancora nella famiglia dell’Inter, con un’esperienza maggiore e avendo contribuito a successi come quelli del passato”.

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