16 Dicembre 2017

L’Intertinente – Spalletti e il culto dell’interismo: il valore del nerazzurro fra passato e presente

Una rubrica per rafforzare un concetto: l’impertinenza di essere nerazzurri

Inutile nasconderlo: il mito del famigerato “Uomo solo al comando” è, per antonomasia, una norma infrangibile nell’ambiente interista, che storicamente si è sempre trovato a rastrellare i frammenti di un’unità sfilacciata a causa di drastici vuoti di potere e in assenza di una personalità irremovibile, il cui piglio riuscisse a mitigare le intemperanze più disparate. Per l’appunto, l’avvento di Spalletti sulla panchina nerazzurra è stato esattamente volto al rispetto di questo principio, tenendo in considerazione l’astinenza ultra quinquennale dell’Inter da risultati che possano definirsi soddisfacenti, e la penuria di una verticalità gestionale appartenuta a pochi nel corso dell’ultimo ventennio nella San Siro dell’Internazionale.

Fra tutte, le figure di Roberto Mancini e di José Mourinho sono state quelle che hanno sottolineato la necessità della Pinetina di disporre di un profilo deputato all’instaurazione di una coesione di intenti che mirasse verso una direzione comune e vincente. Inizialmente, nelle due parentesi della sua guida tecnica, l’allenatore italiano ha avuto un doppio merito: nell’estate del 2004, compattare il blocco solido dei sudamericani – principalmente, la schiera degli argentini – perché incarnasse l’essenza dell’Inter ed indicasse la rotta ai nuovi arrivati, e rispolverare l’impareggiabile importanza di indossare i colori neroblu nel seguente approdo sul finire del 2014, con circostanze societarie e di spogliatoio diametralmente opposte a quelle di dieci anni prima.

Il portoghese, invece, si è distinto per la particolare abilità di saper attrarre verso di sé le inimicizie dell’apparato mediatico più ostile all’Inter e le adorazioni dei tifosi della Beneamata, con i quali ha intrattenuto e tuttora conserva un rapporto filiale, incandescente, immortale, quasi metafisico: il suo ineguagliabile ed autorevole stile non solo ha incatenato il Meazza in un incantesimo di fervete passione, ma ha stabilito una gerarchia valoriale affinché chiunque varcasse i cancelli di Appiano Gentile, comprendesse la complessità sacrale dell’essere parte dell’Inter, e quanto questo potesse talvolta rovesciare gli interessi individuali a ragione di quelli collettivi.

Con le pubblicazioni nel post Juventus e le esternazioni dopo la gara contro il Pordenone di martedì, dunque, Spalletti ha dettato la linea, ponendosi sulla falsariga dei suoi illustri predecessori. La metafora de “[…] sono i gufi a diventare colombe” fa il verso all’ormai letterario “[…] rumore dei nemici”, e mescola la soddisfazione dell’avere preservato vetta ed imbattibilità – nonostante gli innumerevoli tentativi di assedio dei sei volte detentori dell’ambito titolo nazionale: è bene ricordarlo – e l’esortazione a riconsiderare l’Inter non nel divenire di una progettualità in corso d’opera, bensì nella pienezza maestosa e gloriosa di un trascorso che non ha bisogno d’essere ulteriormente recensito.

Puntualissime, inoltre, sono state le dichiarazioni ai microfoni – intrisi di polemica e di astio – successive alla qualificazione ai Quarti di Coppa Italia, che hanno tamponato l’ondata di critiche dalla quale l’Inter sarebbe stata travolta, senza l’intervento salvifico di Luciano da Certaldo. Addossarsi le responsabilità di non aver violato la retroguardia di una compagine militante in Serie C – per giunta, gravitante a metà classifica – e rivolgere gratitudine nei confronti dei giocatori recatisi sul dischetto del rigore per aver ovviato ai suoi errori di valutazione, sono le prove sceniche di chi ha deciso di prendersi il cuore di sostenitori nerazzurri e di non deluderlo, anzi di risollevarlo dai tracolli delle recenti stagioni e di riportarlo a pulsare come un tempo. D’altronde, Roberto da Jesi e José da Setúbal insegnano: l’appartenenza prima di tutto.

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