EDITORIALE – Prima Milano, poi l’ordine (non il mondo)

EDITORIALE – Prima Milano, poi l’ordine (non il mondo)

Il consueto editoriale del lunedì, stavolta in versione più “pensosa” dopo la gioia per la vittoria del derby che, nonostante tutto, qualche difettuccio l’ha mascherato. Una disamina su cosa ancora non va e su come sistemare i problemi per (quantomeno provare a) rimanere là dove si è arrivati dopo tre sole giornate

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Un derby vinto è, per forza di cose, una bella notizia.

Sempre e comunque. Addirittura, i tre punti di una stracittadina possono sovrastare tutte le preoccupazioni di natura tecnica, dissipare ogni dubbio, battezzare gli ultimi arrivi come investimenti intelligente, esaltare Mancini come uno stratega sopraffino, convincere ogni interista del pianeta che – dopo tutto – è solo questione di tempo: oggi il terreno di conquista è stato Milano, domani può tranquillamente esserlo il mondo. Se al successo municipale si aggiungono poi anche le locuzioni “punteggio pieno” e “capolista solitaria” si capisce che la piazza nerazzurra è in uno stato di fermento tale come non si verificava da tempo.

Compito, a volte ingrato probabilmente, di queste colonne è invece aguzzare lo sguardo sulla realtà cercando di prescindere dal punteggio finale di una gara, per importante che sia stata, e individuare gli aspetti buoni e quelli ancora perfettibili di una squadra che – una volta di più – ha dimostrato di non avere ancora a portata di mano la quadratura del suo personalissimo cerchio (d’altra parte il derby è stata solo la prima sfida in cui Mancini ha potuto fisicamente disporre di tutta la rosa, questo non va dimenticato: il mercato ha chiuso i battenti appena due settimane fa e un minimo di rodaggio – attualmente assente, di fatto – non può non essere messo in conto).

Del resto noi dobbiamo provare a offrire dei ritratti più fedeli possibile alla realtà di quella che è la situazione nerazzurra, la quale sta godendo di un inizio stagionale scintillante, è tornata da sola in vetta alla Serie A dopo tempo immemore e certamente non è grigia come in tanti si sarebbero aspettati solo un mesetto e mezzo fa. Ora però c’è un aspetto che va migliorato con decisione per rimanere laddove il Biscione ha comunque meritato di essere in questo piccolissimo squarcio di annata calcistica, ossia un certo ordine nella struttura di gioco. Non tanto e non solo nella sua realizzazione pratica (una squadra di corazzieri unita a giocatori talentuosi dalla cintola in su è probabilmente il manifesto manciniano e fin qui ormai ci siamo), a cui tocca semplicemente fluidificarsi con l’allenamento settimanale per migliorare sensibilmente – magari ripartendo da quel possesso palla che sembrava un obiettivo del Mancio ma che ieri sera ha nettamente latitato quando ce n’era più bisogno, ma proprio a livello di scelta degli interpreti, sui quali rimane in sospeso ben più di un equivoco.

Infatti anche contro il Milan sono scesi in campo ben tre giocatori fuori ruolo che, per un motivo o per l’altro, dovranno necessariamente lasciare il cantuccio occupato finora in seno alla rosa e tornare a essere delle alternative nelle loro posizioni più congeniali. Il primo della lista è Juan Jesus, non tanto per questioni di rendimento (anzi, è stato decisamente uno dei migliori in questa prima fase iniziale di campionato) ma proprio in virtù della sua natura tecnica: il brasiliano è troppo limitato in fase propulsiva – e di cross – per non perdere alla lunga il ballottaggio col più raffinato connazionale Alex Telles, dotato di un sinistro decisamente più educato e di una propensione infinitamente superiore alla spinta in attacco (e comunque in grado di sostituire adeguatamente JJ anche in fase difensiva, ieri sera). Da “indesiderato” estivo per gran parte della tifoseria, se Juan Jesus mantenesse questo standard di prestazioni potrebbe addirittura riciclarsi come prima alternativa non solo sulla fascia sinistra ma anche in qualità di centrale difensivo, ritornando alle origini – ipotesi che verrebbe ulteriormente avvalorata in caso di arrivo di un nuovo terzino sinistro a gennaio.

Medel derby
 

Va anche detto che la tendenza del Pitbull a giocare in orizzontale è meno sterile se il cileno gioca in difesa; non solo, da difensore centrale, Medel può correre più spesso il rischio di giocare verticale perché ha più alternative di fronte a sé

 

Rimanendo sulla difesa sperimentale che Mancini ha schierato contro Mihajlović, non si può non parlare di Gary Medel: Felipe Melo pare aver spazzato via tutti i dubbi che lo riguardavano in appena una notte e, di fronte alla difesa, il brasiliano pare aver già messo radici. Con l’auspicabile rientro di Miranda, potrebbero chiudersi anche in retroguardia gli spazi per il cileno, difficilmente riciclabile come mezzala (i primi 20′ contro l’Atalanta lo testimoniano) e comunque non proprio all’altezza di fare lo stopper in una linea difensiva a quattro – col Cile gioca centrale di una linea a tre, tutt’altra mercanzia e tutt’altri meccanismi. La prima mezz’ora del derby ci ha restituito un’immagine di un Medel inadeguato come centrale, non solo per limiti fisici ma proprio tecnico-tattici: non sa far ripartire abbastanza bene la manovra, è più bravo nell’uno contro uno che non nel seguire i tagli senza palla degli avversari, non ha i giusti tempi per l’anticipo, non conosce – perché non l’ha praticamente mai praticata in carriera – i meccanismi di una difesa a quattro, quindi non sa guidare i compagni di reparto. A oggi, la sensazione è che il Pitbull possa facilmente passare da insostituibile a dodicesimo uomo di lusso anche se solo il Mancio potrà confermare o meno le sensazioni odierne.

Infine arriviamo al caso più spinoso, perché rappresenta un gigantesco punto interrogativo dopo quanto visto ieri sera: Ivan Perišić. Il croato è stato schierato da numero 10 puro, con l’unico risultato che ha vagato spaesatissimo per il campo per la maggior parte del tempo, alla ricerca di una posizione che, di fatto, non ha mai trovato. Certo, Jovetić tende naturalmente a gravitare in zona centrale dietro alla prima punta partendo da una posizione da trequartista, sicché il montenegrino ha senz’altro pestato i piedi all’ex Wolfsburg mentre il numero 44 cercava affannosamente dove infilarsi, tuttavia va anche detto che Perišić non gioca in posizione di trequartista centrale da almeno quattro anni, ossia da quando è approdato al Borussia Dortmund. A dimostrazione della sua ormai consolidata natura di uomo di fascia, il croato ha fatto le cose migliori della sua gara quando si è potuto sovrapporre sulle bande laterali e crossare: è delittuoso costringere a giocare al centro un giocatore così dotato nel fondamentale del traversone, caratteristica peraltro non proprio comune nel resto della rosa.

Perisic derby

Un tuttocampismo figlio più dell’incertezza che non di una scelta ponderata

 

Roberto Mancini voleva un’ala e un’ala ha avuto: impiegarla come se fosse un trequartista puro ha sostanzialmente confuso più di uno spettatore e disorientato il giocatore. Ora c’è senz’altro da sperare che il modulo virerà gradualmente su un 4-3-3 (o, in generale, una disposizione che contempli la presenza di esterni di ruolo) che possa valorizzare al meglio l’esterno croato, anche se il tridente potrebbe rischiare di sacrificare paradossalmente Jovetić lasciando il solo Icardi come riferimento in mezzo, perché il talento montenegrino non è schierabile sulla fascia – a meno di non volerlo sacrificare esageratamente. Credere di poter reggere fino a maggio con il povero Perišić costretto a reinventarsi un ruolo che non ricopre più da una vita e che non è quello in cui si è messo in luce nell’ultimo paio d’anni rischia di essere un errore fatale che Mancini deve provare a evitare in ogni modo perché non ci sarà sempre un Guarín pronto a togliergli le castagne dal fuoco (ecco, a proposito del colombiano ci sarebbe molto altro da dire ma, come si dice in questi casi, questa è tutta un’altra storia…).

In conclusione, quel che adesso il Mancio deve ricercare nella sua squadra è l’ordine, né più né meno. La fase di partenza sarà cercare di evitare di dover schierare più giocatori fuori ruolo nonché studiare un “abito” il più possibile adatto agli uomini a disposizione; in altre parole, al tecnico jesino toccherà cucire su misura della rosa un modulo che permetta a ogni calciatore schierato di rendere al meglio. Fatto questo, Mancini potrà quindi concentrarsi sullo sviluppo della strategia di gioco che, per quanto farraginosa, è apparsa un po’ più delineata nelle due gare precedenti il derby.

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