EDITORIALE – Le ultime scorie del Mancini 2.0

EDITORIALE – Le ultime scorie del Mancini 2.0

Il consueto editoriale serale del lunedì, questa volta incentrato sulle cessioni di Felipe Melo e Stevan Jovetić, un ideale superamento della fase del Mancini 2.0 che, a questo punto, si può anche definire fallimentare

Negli insetti olometaboli, la pupa è l’ultimo stadio di sviluppo post embrionale della larva: quello che ne scaturirà sarà un insetto finalmente adulto. Allo stesso modo, l’attuale Inter sembra star passando attraverso infinite fasi di sviluppo post embrionale del suo ormai celeberrimo “progetto”, alla ricerca di quella “forma finale” che possa consentirle di raggiungere il suo pieno potenziale. Per ora pare essere ancora ben lontana dalla fase ninfale ma che la Beneamata stia cercando di liberarsi di alcune zavorre rimastele attaccate fin dalla sua fase precedente – quella che ha visto il ritorno in sella di Roberto Mancini – è indubbio.

In particolare, questo mercato di gennaio è chiaramente impostato secondo l’esigenza di sfrondare ciò che non serve, ciò che non è parte del nucleo pulsante della rosa e, guarda caso, tra i “sacrificati” ci sono anche due emblemi di quella che doveva essere la rinascita manciniana: il rinforzo di lusso del 2015 Jovetić e il fedelissimo Felipe Melo. Due espliciti desiderata di Ciuffolo, due nomi che ha voluto con tutte le sue forze e che hanno avuto un destino parallelo nel non riuscire a dimostrarsi all’altezza della situazione. Se per quanto riguarda Jojo certamente non se ne poteva avere la certezza ma tutto lasciava presagire che fosse quanto meno un buon colpo; relativamente al buon Melo il discorso è molto diverso visto che il mastino brasiliano non pare più essere un calciatore già da qualche anno prima del suo approdo in nerazzurro.

Rivederli lì, adesso, accostati come quando sono arrivati, fa venire in mente quanto insieme rappresentino – ognuno per il suo 50% – il meccanismo tipico del Mancinimatic*: da un lato il talentuosissimo che però resta fondamentalmente un inespresso, un incompleto, un vorrei ma non posso; dall’altro, un centrocampista coraggioso con carisma ed esperienza che sa caricare ambiente e compagni. Peccato che Jovetić si sia pienamente confermato quell’ammasso di incertezze e talento anarchico che era anche prima e che Felipe Melo non sia mai stato atleticamente in grado di provare anche solo a proporsi come ricambio accettabile per i titolari (oltre all’abituale contributo in termini di cartellini rossi e dissennatezze varie).

Il risultato: il montenegrino è stato accantonato già a gennaio quando Mancini ha spinto per avere Éder mentre Melo si è visto passare avanti più o meno chiunque, fino a finire ultimo nelle gerarchie, superato nel finale di stagione persino da Gnoukouri.

Ora un altro superamento deve essere completato: l’Inter deve scrollarsi definitivamente di dosso l’esperienza del Mancini 2.0, la tara della sua rescissione a inizio agosto e la parentesi de Boer, sia “spiritualmente” (cioè basta pensarci come se fosse una scusa, è – letteralmente – roba dell’anno scorso) sia fattivamente, con la liberazione da tutto ciò che non ha funzionato (anche e forse soprattutto a livello di uomini, naturalmente).

Del resto, la cessione di Melo e Jovetić segna altri due punti – e non proprio piccoli – in favore della tesi che vede il Mancini 2.0 come un fallimento, facendo rapidamente due conti. Gli obiettivi (dichiarati!) fin dal suo ritorno erano il terzo posto e la qualificazione in Champions League: il primo anno – parziale, lo riconosciamo – si concluse con un terrificante nono posto, il secondo con il quarto dopo un girone d’andata da primi della classe. A livello di risultati, quindi, un’eredità inconsistente e, a livello di gioco, la situazione era persino peggiore (al massimo si possono salvare la ricerca del dominio del possesso e accenni di mentalità vincente. Ma giusto accenni. Poco sopra lo zero assoluto).

In tanti si sono affrettati a cercare l’eredità del Mancio nel parco giocatori migliorato e ampliato, rispetto a Mazzarri. Peccato, però, che dei giocatori fortemente sponsorizzati dal mister jesino ormai rimangano sostanzialmente Éder, Perišić, Kondogbia, e Miranda, cioè quattro uomini sui tredici fatti acquistare dal suo reinsediamento. Un terzo (Mancinimatic™ purissimo, tra l’altro). Si potrebbe aggiungere Candreva, volendo, ma la questione del trasferimento dell’ex Lazio è talmente anomala che è meglio sorvolare.

Dunque, di Mancini ora sbiadisce anche il ricordo, assieme alla sua impronta sulla squadra. Giustamente, anche, perché è stata una parentesi infruttuosa esattamente come quasi ogni altra negli ultimi sei anni e mezzo. Il fatto che sia al contempo stata anche la migliore, probabilmente, ci ha tratto tutti in inganno: anche il Mancini 2.0 è stato un fallimento e come tale va lasciato definitivamente alle spalle. Ormai manca davvero pochissimo.

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Mancinimatic™ = quel procedimento quasi matematico secondo cui Roberto Mancini si innamora e si disaffeziona a determinati calciatori con una velocità veramente disarmante. Tendenzialmente, un ciclo di Mancinimatic™ completo prevede: invaghimento per un giocatore X, carte false sul mercato per arrivare a X, accoglienza in squadra di X tra mille fanfare e l’assicurazione che lo si segue da anni, esultanza massima non appena X fa qualcosa di buono, panchina dopo diverse prestazioni opache di X, da fiore all’occhiello X diventa semplice ‘risorsa’ per poi diventare ‘scontento’ e quindi ‘problema’, X si vende/regala per poter arrivare alla nuova cotta manciniana Y. Ripetere il ciclo ad libitum.

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