EDITORIALE – Rafinha non è il salvatore della patria (per ora)

EDITORIALE – Rafinha non è il salvatore della patria (per ora)

Torna il consueto editoriale del lunedì sera per voi affezionatissimi, questa volta orientato a fare scudo al povero Rafael Alcântara do Nascimento che è già a rischio “sindrome del deus ex machina messianico”. Non merita di finire così, travolto da una croce che non gli spetta, poveretto

di Giorgio Crico, @gio_prankster

È stato un sabato sera avaro di buone notizie per l’Inter, l’hanno detto tutti. Ed è vero, peraltro. Allargando l’obiettivo agli ultimi due mesi, tra l’altro, l’aggettivazione diventa addirittura catastrofica, sia sui giornali che tra i tifosi: il Biscione è – nell’ordine – desolante, deprimente, disastroso, disfunzionale, noioso, qualcuno dice addirittura irrecuperabile. Una delle pochissime note positive delle ultimissime settimane parrebbe però essere il buon Rafinha, entrato in squadra da sì e no due settimane ma apparentemente già calatosi nel ruolo con la testa giusta e una voglia di spaccare tutto semplicemente encomiabile.

Il condizionale è ancora d’obbligo perché l’ispano-brasiliano ha avuto a disposizione pochissimo tempo, per adesso, e fa ancora in tempo ad avere una giornata storta o a sembrare più “nella media” però è innegabile che abbia fatto un’ottima prima impressione, al punto che in tanti invocano non solo la sua titolarità ma anche la sua centralità all’interno dei meccanismi nerazzurri. Un po’ perché non ci si fida più dei titolari o facenti veci del girone d’andata, un po’ perché lui è sembrato veramente forte e carismatico, un po’ perché l’esasperazione da mancanza di risultati fa venire in mente qualunque cosa (c’è chi suggerisce di passare al 3-5-2, eh! Tanto per dire).

Il problema, però, è che Rafinha – per quanto promettente – non sembra ancora essere Gesù quindi sarebbe il caso di andarci molto cauti anche nell’affibbiargli le stigmate da salvatore della patria (poi, in caso ci si sia sbagliati e il figlio di Mazinho sia effettivamente il Cristo qualcuno ci avvisi, naturalmente). Ci ricordiamo tutti della fine che hanno fatto Shaqiri e Podolski, no? O delle folle disposte a dare la propria primogenita in sposa a Gagliardini un anno fa salvo desiderare una sua morte violenta tra mille supplizi oggi?

Ok, il tifoso è così, cambia opinione ogni due partite, vive intensamente le emozioni e dà giudizi di pancia, ha sempre voglia di potersi affidare a un calciatore molto forte in grado di ergersi sull’abisso della normalità ineluttabile, di guardarne il fondo e poi di saltarlo a pie’ pari con un solo, grande balzo ridendo fragorosamente. Ci mancherebbe.

Però in questo caso un po’ di prudenza servirebbe veramente perché Rafinha, per quanto voglioso di giocare e arso dalla voglia di lasciare il suo segno in campo, prima di tutto non è un Messi in grado di cambiare i destini delle partite più o meno a piacimento e, secondo, ha anche lui bisogno di un periodo di riassestamento dopo tutti i guai fisici che ha attraversato, per non parlare dell’adattamento a un nuovo calcio e a un nuovo club.

Repetita iuvant: è vero che la tentazione di guardare Rafael Alcântara nel profondo degli occhi e sussurrargli nell’orecchio “Tu sei Rafinha e su questa roccia costruirò la mia squadra”, affidandogli le chiavi del paradiso nerazzurro con agile mossa nel mentre, è molto forte ma bisogna perlomeno aspettare prima di affibbiare a un pover’uomo che ha appena cambiato radicalmente vita delle responsabilità che – oggettivamente – non può sostenere, ora come ora. E che, dopo tutto, neanche merita sul campo perché non ha ancora fatto nulla che giustifichi una cosa del genere – l’inadeguatezza altrui non può essere un merito da ascrivergli. Mai.

Si parta dal presupposto che al momento Rafinha è un colpo di mercato che parrebbe azzeccato: ripensando a cosa è arrivato a Milano negli ultimi due anni, tutto sommato, è già buono così.

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