FOCUS – Gary Medel, una vita da Pitbull

FOCUS – Gary Medel, una vita da Pitbull

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intervista medel

La maglia numero 17. Quella nerazzurra, che veste il fisico tarchiato e compatto di un uomo dal sangue caldo e dal cuore grande. Gary Medel ha iniziato la stagione con il numero 17 sulle spalle, lo stesso numero che porta con fierezza quando guida il suo Cile da leader assoluto, sapendo bene che sulle spalle ha anche le speranze di un’intera Nazione.

Infatti il Pitbull è figlio del Cile, e il suo patrimonio genetico è una scarica elettrica di garra che attraversa tutta la sua vita, iniziata in un contesto sfortunato, come il numero 17. La Palmilla è il barrio del comune di Conchalì, a Santiago, dove Gary è stato plasmato nella terra delle canchas cilene dalle rudi mani della vita. Nell’indigenza il crimine fiorisce fino a irrompere con veemenza nella vita quotidiana e Medel, come migliaia di sudamericani dei barrios, assaggia sulla propria pelle cosa significa vivere in una polveriera: il Sabino Aguad, squadra dilettantistica tra le cui fila gioca il piccolo Gary, affronta l’Inter de Paula. Il quattordicenne Medel, già avvezzo a un fútbol fisico e sopra le righe, colpisce duramente un avversario, scatenando la reazione infuriata di un tifoso. In un instante questi perde il controllo, estrae una pistola e gli corre incontro. “Disparame, huevon!” gli ringhia un giovanissimo Pitbull, ma la situazione è più grave di quanto possa sembrargli. Per sua fortuna, la madre Marisol interviene all’istante e, rischiando notevolmente, allontana l’aggressore dal campo.

Ma in Sudamerica, si sa, il fútbol ha potere di vita o di morte sulla sua popolazione, e per Gary ha in serbo la salvezza: l’Universidad Catolica de Chile, colosso calcistico del Paese, decide di aggregarlo al settore giovanile. Per mandare il figlio ai Cruzados sono necessari sacrifici, a casa Medel, ma il pallone è l’unico salvagente per un ragazzo del barrio. “Se non fossi diventato un calciatore, sarei un narcottrafficante” ammetterà il mastino dell’Inter.

Con la U. Catolica debutta da professionista nel 2006, in un Clasico universitario contro la U. de Chile giocato da terzino, preludio alla rivincita dell’anno seguente, quando il Pitbull segnerà una doppietta valida per il 2-1 dei suoi. Entro il terzo anno ai Cruzados, il nome di Medel è già sulla bocca di tutti, in Sudamerica, tanto che il Boca Juniors decide di acquistarlo in prestito.

Una maglia dei Bosteros è l’equivalente latino-americano alla camiseta blanca del Real Madrid, impregnata di tradizione e responsabilità: indossarla pesa, soprattutto davanti alla hinchada infuocata della Bombonera. Medel arriva a Buenos Aires in un periodo critico della storia recente degli Xeneizes: è il 2009 e alla guida del club c’è Alfio Basile, intento a sistemare la situazione durante i postumi della vittoria in Libertadores del 2007. I risultati della squadra non sono entusiasmanti, ma Medel ci metterà poco a guadagnarsi l’amore della tifoseria: nel ruolo di centrocampista, aggressivo fino al midollo, ha trovato la propria identità nel rincorrere chiunque osi metter piede nel suo territorio, e in più ha il vantaggio di aver timbrato una doppietta contro gli odiati nemici del River Plate, picco massimo per qualsiasi Bostero.

Juan Román Riquelme, massimo idolo nella storia del club e compagno di Medel, constaterà che la sua partenza in direzione Siviglia costituisce di fatto l’addio del miglior giocatore della squadra. Già, perchè la dimensione sudamericana sta stretta al Pitbull, che viene acquistato dal club andaluso.

Medel è l’uomo che ogni cileno difenderebbe a spada tratta proprio per il suo essere profondamente cileno. Hombre del Pueblo, come oggi è Tevez per gli argentini. Solo un cileno può comprendere Medel senza giudicarlo con il borghese occhio europeo, vergine di fronte a comportamenti e personaggi tanto sopra le righe. Infatti in Sudamerica il Pitbull è stato protagonista di situazioni non proprio limpide, da un incidente stradale in stato di ebbrezza alle ombre sulla morte della giovane Catalina Reyes, diciottene precipitata dal balcone della sua casa di Huechuraba, molto probabilmente suicida. Quello che si vive nel barrio rimane dentro per sempre, e nessuno può spiegarlo ai tifosi del Siviglia, che non lo amano per il suo stille falloso e lo scaricano quando rimedia sette giornate di squalifica per una sfuriata a muso duro con l’arbitro della gara, contro l’Atletico Madrid.

Il Pitbull lascia la Spagna dopo tre anni intensi, per ritrovarsi in Galles, al neopromosso Cardiff. Le ambizioni dei Bluebirds di rimanere in Premier vertono in gran parte intorno a Gary, che diventa l’acquisto più pagato della storia del club. “Sono un po’ matto” si presenta al freddo pubblico britannico, che finirà per apprezzarlo, perchè Medel non concepisce l’ipotesi di non mettere sempre e comunque la gamba in contrasto. La stagione del Cardiff è deludente: il club torna negli inferi del Championship, ma il Pitbull è costantemente tra i migliori in campo.

Dopo la Premier, la grande opportunità: il matrimonio con l’Inter, celebrato da un Walter Mazzarri destinato a perdere la panchina a causa di un 2014 all’insegna dell’incostanza. Il filo conduttore della carriera di Gary Medel è quell’incontrovertibile tendenza a combattere ed esprimere sé stesso nell’unico contesto a cui è stato abituato: quello della pressione. Dal barrio, dove ogni errore può costare carissimo, alla decadente aristocrazia del calcio, di cui fanno parte il Boca Juniors e l’Inter in cui ha giocato il Pitbull. Pressione ovunque, anche al Siviglia, prima piazza europea della sua carriera, e al Cardiff, che ha riposto numerose sterline di fiducia su di lui. Pressione che svezza, ma soltanto solletico rispetto alle sensazioni della serata più importante.

E’ il 4 luglio 2015, e, davanti alla muraglia roja dell’Estadio Nacional di Santiago, il Cile di Jorge Sampaoli festeggia la vittoria in finale di Copa América contro l’Argentina. Una vittoria ai rigori, sofferta, contro ogni pressione schiacciante, la vittoria del popolo cileno trascinato da suo figlio. Gary Medel è questo: servono le spalle larghe per sostenere un passato difficile e le ripercussioni che può avere sul presente. La personalità del Pitbull può sostenere qualsiasi cosa, che sia la difesa dell’Inter, che ha dato dimostrazione di poter aiutare più di quanto si credesse, o semplicemente un numero, il 17, che, si spera dalle parti di San Siro, continui a portargli fortuna.

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