Coco: “5 maggio? Guardai la partita in casa Gerard, con Puyol e Xavi. Rimasero più basiti di me”

Coco: “5 maggio? Guardai la partita in casa Gerard, con Puyol e Xavi. Rimasero più basiti di me”

L’ex difensore interista ha ricordato un curioso aneddoto risalente al 2002

di Antonio Siragusano

In molti ricorderanno Francesco Coco, ex calciatore dell’Inter che, tra le altre, ha indossato anche la prestigiosa maglia del Barcellona, diventando il primo italiano a vestire blaugrana. Oggi non fa più il difensore di professione, ma è diventato manager e da diversi anni è un opinionista di beIn Sports, tv del Qatar. Ecco l’intervista pubblicata quest’oggi da La Gazzetta dello Sport, per celebrare il ritorno dei quarti di finale tra Roma e Barcellona.

5 MAGGIO 2002 – “Perché lasciai il Barça dopo solo un anno? Potrei dire che si chiudeva un cerchio: l’Inter mi aveva preso a 12 anni, ma una settimana dopo aveva ‘vinto’ un provino con il Milan. Potrei dire ‘Io sono così, non c’è sempre un perché in quel che faccio’. Ma forse la risposta sta nel pranzo del 5 maggio 2002 a casa Gerard — io, lui, Puyol e Xavi— fatto apposta per vedere Lazio­-Inter. Lo scudetto all’Inter: non dico che tifavano ma era una bella novità anche per loro tre, poi quasi più basiti di me. Alla Pinetina dopo quella botta trovai una giungla, ma avevo detto sì già a marzo. Anche se Gaspar, il presidente, provò a chiedermi perché…”.

PROPRIETA’ CINESI –  “Mi fa strano sì: io ho vissuto l’epoca delle “milanesi milanesi”, i tempi d’oro Milan e quelli della vera Inter. Ma strano non vuol dire né bello né brutto: Berlusconi e Moratti sono imparagonabili perché hanno fatto la storia, ma non potevano essere eterni. Una proprietà straniera che investe da noi non è negativa a prescindere: la vedo come un’opportunità, se c’è serietà. E poi, se comandano dei cinesi, vuol dire che non c’erano italiani interessati a farlo. Che poi al Milan ancora non si capisce chi comanda: l’Inter sì, sa chi è il suo papà, e Zhang jr così presente mi sembra il segno della volontà di fare un buon lavoro”.

RIMPIANTI? – “Perché sul profilo whatsapp ho scritto ‘A life to gamble’, una vita da giocare d’azzardo? Perché avere una sfida davanti mi ha sempre aiutato a sentirmi vivo. Una volta sì, forse giocavo d’azzardo, oggi è un azzardo calcolato: le persone non cambiano ma si modificano, ottimizzano le scelte. Oggi non ho rimpianti per tutto ciò che ho fatto: facile dire “se tornassi indietro non rifarei…” con la testa che hai vent’anni dopo. Se l’ho fatta, è perché pensavo fosse la cosa giusta, anche dire che i gay hanno una marcia in più, sì: lo penso tuttora, ho tanti amici gay e sono persone emotivamente più complete. Molte erano cose sbagliate? Pazienza, sono quelle che mi hanno insegnato di più. Sa qual è l’unico mio vero rimpianto? L’operazione alla schiena, che mi cambiò la carriera ma mi insegnò cosa significa soffrire e rialzarsi: è la vita, e doveva andare così”.

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