Yann Bisseck è tra i protagonisti di questa gloriosa stagione nerazzurra. Il difensore ha mostrato una crescita graduale in maglia nerazzurra e sotto la guida di Cristian Chivu si è ritagliato un ruolo importante. Il numero 31 si è concesso ad una lunga intervista alla Bild. Di seguito le dichiarazioni:

Sei titolare nella difesa a tre di Christian Chivu. Diresti che l’Italia è ancora il paese dei difensori nel calcio di alto livello?

“L’Italia è sicuramente il paese dei difensori. Non so se dipenda dalla qualità dei difensori o semplicemente dal fatto che qui si dia un’importanza incredibile a questo aspetto. Prima ancora di parlare di fase offensiva e possesso palla, si parte sempre dalla stabilità difensiva. Per questo sono dell’idea che il campionato italiano sia ancora il migliore in cui un difensore possa imparare di più. In questi tre anni all’Inter ho imparato tantissimo”.

In questa stagione hai messo a referto tre gol e tre assist, diventando uno dei difensori più decisivi d’Europa. Hai lavorato sulle sue qualità offensive?

“Credo che, da difensore, il mio compito principale sia difendere, ed è l’aspetto a cui do più importanza. Però, con i miei 1,96 metri, ho anche una responsabilità nell’area avversaria, soprattutto sui calci piazzati. Basta guardare l’esempio dell’Arsenal: queste situazioni stanno diventando sempre più importanti nel calcio moderno. Ormai quasi ogni rimessa laterale viene buttata lunga in area, quindi anche un difensore può portare a casa numeri offensivi. Amo segnare, è la parte più divertente. Mio padre mi diceva sempre: ‘Con la tua altezza non puoi perdere un duello aereo, fai semplicemente una brutta figura’”.

La maglia dell’Inter ha una grande tradizione tedesca. Da Lothar Matthäus ad Andreas Brehme, passando per Jürgen Klinsmann e Karl-Heinz Rummenigge: tanti nazionali tedeschi hanno giocato per il club. I loro nomi sono ancora presenti nella memoria dell’Inter e dei suoi tifosi?

“I tedeschi hanno lasciato davvero un segno enorme all’Inter e sono ancora amatissimi. Matthäus, Brehme, Klinsmann, Rummenigge: qui sono tutti delle vere leggende. Non voglio dire che questo mi metta pressione, ma sapere quali campioni tedeschi hanno giocato qui ti fa venire voglia di non deludere”.

Stai ancora lottando per un posto ai Mondiali. Ultimamente però sono stati convocati altri giocatori, come ad esempio Malick Thiaw, che questa stagione gioca con il Newcastle a metà classifica in Premier League. Hai la sensazione che i giocatori che militano in Inghilterra siano più sotto i riflettori rispetto a chi gioca in Serie A?

“Ho un po’ la sensazione che la Premier League abbia più attenzione mediatica. Credo che dipenda anche dalle cifre enormi che girano lì. Però non penso che questo influenzi le convocazioni. Sono sicuro che il commissario tecnico sappia bene cosa osservare e cosa voglia dalla sua squadra. Io provo semplicemente a fare al meglio il mio lavoro qui. Credo di esserci riuscito e con il double in Italia abbiamo raggiunto il massimo. Il mio sogno è partecipare al Mondiale e indossare la maglia della Germania. Se succederà, ne sarò felicissimo”.

Quando ha avuto l’ultimo contatto con Julian Nagelsmann?

“Prima delle convocazioni di marzo. Il mister mi ha chiamato per dirmi che le mie prestazioni vengono notate e che faccio parte del gruppo ristretto di giocatori osservati. Io do tutto ogni giorno per diventare il miglior professionista possibile in base al mio potenziale”.

Anche in allenamento affronta duelli di altissimo livello. Com’è difendere contro Lautaro Martinez?

“Ci si abitua, certo, ma la cosa divertente del calcio è questa: sai perfettamente quanto un giocatore sia forte. Guardi cento video, studi tutte le sue tendenze… e poi lui fa comunque qualcosa che non riesci a difendere. Con Lautaro è così. Ed è anche questo il bello del calcio. Forse non proprio per un difensore (ride)”.

Qual è stato finora il duello più difficile contro un attaccante?

“Ho giocato contro Erling Haaland, e non è stato semplice. Non entra tantissimo nel gioco, ma non perché non ne sia capace: semplicemente non ne ha bisogno. Al Manchester City è circondato da talmente tanti campioni che può concentrarsi solo sull’apparire al momento giusto in area di rigore. E il vantaggio per un attaccante è che basta una sola occasione: se segna, ha fatto una grande partita. Un difensore invece può annullare il suo avversario per 89 minuti e poi basta una distrazione per fare una brutta figura. Con Haaland è così: sono quelli i più terribili, perché anche i più pericolosi”.

E al secondo posto?

“L’anno scorso ho affrontato anche Harry Kane. Sa sempre come fare gol, ma a differenza di Haaland partecipa continuamente al gioco. Lo trovi improvvisamente a centrocampo, poi torna indietro a prendere il pallone. È un modo completamente diverso di interpretare il ruolo. È un attaccante di altissimo livello e non puoi mai prepararti del tutto contro di lui. Però sono sfide che mi entusiasmano”.

Completiamo la sua top 3?

“Qui non sceglierei un centravanti, ma un giocatore offensivo. Nella semifinale di Champions League della scorsa stagione abbiamo affrontato il Barcellona con Lamine Yamal, che ci ha creato parecchi problemi. La maggior parte dei giocatori, quando si trova tre avversari davanti, cerca il passaggio più vicino. Lamine invece riesce quasi sempre a trovare comunque il modo di rendersi pericoloso. È qualcosa che rispetto enormemente”.

Hai preso il diploma già a 16 anni, e anche questo merita rispetto. Prendi mai in giro i suoi compagni per questo?

“Quando ero più giovane, sui 20 o 21 anni, capitava più spesso. Per me l’istruzione è un tema importante, mi piace. Mi piace anche leggere. Alcuni compagni ci scherzano sopra. Appena sentono parlare di libri pensano subito: “Wow, lui legge libri”. Ma non deve per forza trattarsi di “Homo Deus”.

E adesso che libro sta leggendo?

(ride) “In realtà proprio un libro della serie di “Homo Deus”.