EDITORIALE – Il bomber dagli occhi tristi

di

Di Giorgio Crico.

Quattro anni fa l’atmosfera che circondava gli interisti prima dei Mondiali era completamente diversa da quella odierna. I tanti campioni del Biscione erano suddivisi tra altrettante Nazionali diverse e l’attenzione del tifoso medio si spostava in continuazione tra Italia (più per patriottismo che per contributo nerazzurro alla causa, come Marcello Lippi non faceva mai mancare di notare), Brasile, Camerun, Olanda e Argentina.

Hai visto il gol di Maicon alla Corea? Spaventoso!” “E Sneijder che sta facendo i numeri con l’Olanda? Pare proprio sia in formissima!” “Secondo te Eto’o e il Camerun lo passano il girone? Io li vedo male! Anche se peggio dell’Italia non possono fare…” “Povero Eto’o, non riesce a giocare bene in Nazionale perché ha compagni scarsi. Ma invece Milito? Maradona non lo fa proprio giocare!” “Maradona è pazzo, non ha nemmeno convocato Zanetti e Cambiasso… Ridicolo

Chi non ricorda di aver avuto almeno una conversazione così? Il sentimento principale, al netto della disperazione che provocava ai più l’infimo livello (e le figure da cioccolatai rimediate in successione) dell’Italia dello sciagurato Lippi-bis, era il disprezzo verso il Pibe de Oro, colpevole di aver relegato in panchina il Principe imperiale dell’epoca dando invece fiducia a Higuain.

Al di là delle scelte dell’ex commissario tecnico e leggenda albiceleste, opinabili da chiunque (anche se chi scrive era personalmente persuaso anche allora che facesse bene Maradona a dar fiducia all’attuale centravanti del Napoli), è davvero particolare pensare che in quattro anni Diego Alberto Milito sia passato da unico eroe, ritenuto sostanzialmente il simbolo maggiore del Triplete, a ex campione il cui addio è scivolato via in sordina. Molte parole sono state spese per Zanetti, qualcuna di meno per Cambiasso, di Samuel si è comunque parlato, di Milito davvero poco. Eppure non lo meritava.

Triste, davvero triste pensare che un simile giocatore non abbia potuto godere delle articolesse e delle elegie che sono state versate per i suoi altri compagni di squadra: la sensazione è che El Principe del Bernal abbia pagato fin troppo quel maledetto rigore sbagliato a San Siro col Bologna, ingiusto commiato spirituale del numero 22 col pubblico nerazzurro. Un pubblico che, dopo le evidentemente pilotate (dal procuratore) dichiarazioni madrilene in cui Dieguito affermava di avere delle offerte per cambiare squadra, s’era comunque diviso su di lui e ne ha chiesto la testa più volte: prima nel 2010/2011, quando Milito saltò più o meno per intero la preparazione estiva e non brillò (anche se nel disastroso 2-5 con lo Schalke fu uno dei pochi a salvarsi e segnò in finale di Coppa Italia col Palermo), poi all’inizio dell’anno successivo, quando sembrava non riuscire a segnare e invece concluse l’anno con una tripletta al Milan che sanciva l’ennesima stagione conclusa con oltre 20 centri tra tutte le competizioni.

L’anno scorso solo il bruttissimo infortunio di Europa League costrinse Diego a fermare la sua corsa e, a posteriori, quello sembrò nella pratica il canto del cigno dell’Inter stramaccioniana. Quel che ha fatto il Principe quest’anno è cronaca: una doppietta al Sassuolo dopo il recupero dall’infortunio, la ricaduta, il crollo fisico, il rigore spedito in bocca a Curci. Una conclusione veramente poco all’altezza del valore tecnico-tattico e, soprattutto, umano di un giocatore che non si può in alcun modo discutere.

Poco personaggio, poco appariscente, completamente a-mondano ma serissimo lavoratore, professionista eccellente e calcisticamente sublime. Che ai media non piacessero quei suoi profondi occhi blu come l’oceano dell’Argentina dove sembrava esserci sempre una tristezza intrinseca e quasi kafkiana persino nei momenti più felici? Forse.

Ma a noi nerazzurri interessava e interessa poco, noi in quegli occhi blu che, nonostante l’apparente mestizia da gaucho triste, brillavano quando il pallone finiva in fondo al sacco e il pugno si alzava al cielo, ci siamo persi 75 volte, urlando insieme a lui.

E allora grazie, Diego, Principe triste ma sublime. Ad maiora.

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