L’Intertinente – Conte e l’Interismo Proletario

L’Intertinente – Conte e l’Interismo Proletario

Una rubrica per rafforzare un concetto: l’impertinenza di essere nerazzurri

di Alex Angelo D’Addio

La magnificenza dell’Interismo risiede nella semplicità della sua espressione: non artificiosa, né indotta, e nemmeno veicolata. L’essenza dell’unione fra il Nero e il Blu si può riassumere nella spontaneità d’essere discepoli incondizionati di una testimonianza di fede, che si rinnova di volta in volta nella profondità del sentimento e nella completezza di un’identità.

Per quanto banale ed inflazionato possa apparire affermarlo, l’Inter sfugge a qualsiasi equiparazione: la sua storia non è mai stata una vetrina per astri nascenti della imprenditoria e della politica italiane e il suo prestigio non è mai stato il confine della borghesia calcistica demarcato da rinomate casate del capitalismo industriale nostrano – sperando che ai milanisti, a Berlusconi, agli juventini e agli Agnelli, non fischino le orecchie.

L’Inter è innanzitutto un’affezione popolare, che matura nell’intimo ed esplode nell’aggregazione. La Beneamata non è un affare, una convenzione, o un lusso, ma è culto, imprevedibilità, e liturgia, e tutto ciò si ascrive ad una corrente che si potrebbe definire Interismo Spirituale, ovvero la condizione di educarsi e di educare all’Inter e di custodirne ideali e valori, a prescindere dalle circostanze.

Che Antonio Conte avrebbe assimilato appieno questo filone familiarizzando istantaneamente con coloro che ne seguono i precetti, era preventivabile soltanto adocchiando i suoi precedenti in panchina: le osservazioni – prima e dopo la gara contro il Lecce – rispetto alla sua trascinante ed istintiva capacità di immedesimazione negli ambienti sono il sunto della mentalità che ha edificato nei quasi 15 anni di carriera da allenatore, e che ne avvalorano la levatura.

Seppure corredato da alcune riserve relativamente al suo passato, l’approdo di Conte – vale la pena ricordarlo: uno dei migliori tecnici in circolazione – è stato una rigenerazione dell’ecosistema Inter, e non ha unicamente assicurato disciplina, rigore, ed intransigenza, ma molto di più: sta coniugando l’Interismo in un senso innovativo, quasi risorgimentale – se guardiamo ai (non) risultati conseguiti nel decennio ultimo -, che ha smantellato gli innumerevoli personalismi dai quali l’Inter è stata martoriata specie dal 2014 in avanti – ogni riferimento a Mauro Icardi è volutamente intenzionale.

Sostanzialmente, Conte è diventato promotore di un Interismo Proletario, i cui capisaldi sono mantra di condivisione del sacrificio e di certezza del rispetto, nella totale consapevolezza che la gloria e la tradizione dell’Inter si antepongano al resto, in un’ottica operaia che collettivizza e cementa. Paradigma che ricalca proprie alcune orme del passato: dalla duttilità olistica di Nicholas Burdisso in eclettica versione da centrale difensivo, terzino e mediano, nell’epopea di rifondazione di Roberto Mancini, all’umiltà da fuoriclasse di Samuel Eto’o in veste da fluidificante difensivo e di contenimento negli anni di José Mourinho.

Un esempio lampante sta anche nelle repliche dell’allenatore salentino agli interrogativi su Icardi nella conferenza stampa pre-Cagliari: la sua schiettezza nel ribattere, abbinata alla freddezza della lucidità, ha annientato l’individualismo che ha divorato l’Inter mortificandola e debilitandola, e sta ripristinando la centralità del NerAzzurro. Perché è vero che bisogna “[…] essere dinamite, non scintilla”, ma le priorità del “[…] Noi prima dell’io” e del “[…] testa bassa e pedalare” sono indispensabili. Lunga vita all’interista proletario, che bauscia non l’è mai stato!


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