FOCUS – Scremazione territoriale

di

 

di Fulvio Santucci.

Che cosa rende il Derby diverso da ogni altra partita? La voglia di supremazia, le motivazioni, la necessità di acuire la sana e terapeutica rivalità cittadina attraverso uno strumento in più, quello dell’appartenenza a questa o l’altra metà della città. E poi c’è l’attesa, l’inebriante sensazione di poterci pregustare qualche mese di tranquillità nel caso incappassimo nell’avversario in veste di compagno di scuola o collega o addirittura parente, la certezza che c’è un tempo per tutto ma che quando il Derby chiama, allora quello é il momento per il Derby.

Sono tanti gli ingredienti che fanno di un Derby un evento, alcuni sono anche immediati da percepire: ad esempio, le coreografie. Esplosioni di colore e creatività che diventano spesso e volentieri elementi stessi del ricordo di un Derby, in alcuni casi veri e propri capolavori che chiamare “cornici” è quasi delittuoso, sapendo che alle spalle di uno stadio vestito a festa c’è il lavoro non retribuito di chi probabilmente a Napoli neanche ha pensato di andare, aspettando il suo momento proprio in quel derby prenatalizio per cui i calendari nerazzurri sono sincronizzati fin dalle giornate sotto l’ombrellone. E c’è di più: gli occhi del mondo sul Derby saranno un po’ meno appassionati domenica sera, quando scopriranno un settore vuoto all’interno di uno stadio quasi certamente gremito in tutti gli altri settori. Un po’ come un’opera teatrale senza buona parte della scenografia, un ricevimento di Gala in un salone con una parete spoglia e avulsa dallo sfarzoso contesto, come un film in cui é visibile una parte di studio cinematografico in gran parte della durata. Non certo un buon biglietto da visita per un calcio italiano che si dichiara aperto agli investimenti stranieri ma perde una grande occasione per indossare il suo abito migliore agli occhi di chi potrebbe investirci davvero nel calcio italiano. O agli occhi di chi l’ha già fatto e deve spiegare ai suoi connazionali per quale motivo la rivalità cittadina che sconfina nello screzio culturale diventa un espediente per vietare a dei tifosi una partita che aspettano da diverse settimane con grande coinvolgimento.

In un anno senza il prestigio delle squadre europee da ricevere, il Derby diventa di diritto la partita della stagione, soprattutto se giocato in casa e soprattutto se un abbonamento ti dà credito per esserne protagonista. Un danno per tutte le parti in causa, perfino per i tifosi del Milan: l’immediata reazione del numero uno della Curva Rossonera, al secolo “Il Barone”, ha espresso quasi immediatamente solidarietà ai colleghi parlando apertamente di vergogna e di Derby che non può esistere senza tifosi. Il pomo della discordia si chiama Discriminazione Territoriale, un termine che abbiamo imparato a conoscere da qualche mese salvo scoprire come velasse un concetto che conosciamo invece da anni perchè insito nella nostra cultura, seppur nella sua parte più becera: i cori contro gli appartenenti ad un’altra città, in particolare di una sola città. Chi vi scrive queste righe frequenta lo stadio da più di vent’anni e ricorda nitidamente come già agli albori della sua esperienza questi motivetti dissacranti venissero proposti in maniera bipartisan e senza recare scandalo all’ambiente circostante. Non creavano scandalo negli anni ’80 quando le chiusure degli stadi non erano previste se non in caso di incidenti arrecanti pericolo all’ordine pubblico piuttosto che all’incolumità altrui e quando le pay-tv non avevano ancora messo le mani sul prodotto calcistico.

Sono passati i Careca, i Maradona, i Fonseca, i Turrini, i Taglialatela, gli Hamsik ed i Cavani: tutti attraverso questi cori scanditi contro i loro sostenitori che puntualmente replicavano ai sostenitori nerazzurri immaginando una città in fiamme senza battere ciglio e senza probabilmente nemmeno concepire una reale discriminazione. Fa effetto come l‘evidente impoverimento culturale di un paese consumato da una crisi economica logorante e prolungatissima, in cui si condannano i cori razzisti mentre gli eurodeputati vanno a disinfettare i vagoni dei treni occupati da extracomunitari ed in cui si punisce duramente la discriminazione territoriale dopo aver fatto risuonare per anni da sedi istituzionali accuse contro la capitale del proprio Stato,  colpisca per ben due volte chi troverà un cancello chiuso: oltre allo sdegno per una sanzione fortemente sproporzionata ad un comportamento sdoganato nel tempo da gran parte dell’opinione pubblica (limitatamente a ciò che non è razzista, come in questo caso), si aggiunge la frustrazione dell’avere in mano un biglietto che non si può nè utilizzare nè vendere e che fa sorgere la lecita domanda dell’oscuro motivo per cui si sia messo in vendita un evento al quale non si sarebbe potuto in realtà assistere. Tutto ciò nella piena consapevolezza che la discriminante è rappresentata da un comportamento che avrebbe dovuto far chiudere gli stadi già diversi anni fa mandando probabilmente in malora quel calcio dell’epoca in cui i diritti tv erano materia sconosciuta e che il presunto problema non è affatto affrontato a 360°, mancando del tutto l’argomento nell’educazione scolastica piuttosto che negli eventi culturali. Perchè il problema in realtà non è mai esistito: starsi culturalmente e reciprocamente antipatici è parte della stessa cultura umana sin da tempi decisamente più lontani e le espressioni becere sono deprecabili ma impossibili da estirpare dall’animo umano, come le blasfemìe o le ingiurie. La loro lunga e intramontabile durata nel tempo ed in tutti gli stadi del mondo, non solo in quelli italiani, è innegabile e tollerata. Due pesi e due misure? Per un caso così estremo più che discriminazione territoriale sembra più una scremazione territoriale, con gli stadi sempre più desolatamente vuoti che vengono ulteriormente svuotati.

A margine di questa sconcertante vicenda in cui non vince nessuno, noi scegliamo la via della prudenza non nominando mai direttamente in queste righe l’appartenenza geografica che ha creato la discriminante. Casomai qualcuno leggesse e decidesse di squalificarci il sito per uno o due giorni.

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