Tre sconfitte nelle ultime quaranta partite di Serie A, tutte contro il Milan: è il dato con cui Adani apre la sua analisi del derby, disputato sabato sera a San Siro e terminato 3-1 in favore dei rossoneri. L’ex difensore, intervenuto sul canale di Viva el Futbol, ha poi articolato il suo ragionamento su tre piani distinti: tecnico-tattico, mentale e comunicativo.
Sul fronte tattico, Adani ha giudicato positivamente la scelta del 3-5-1-1 con Mkhitaryan. “È una bella chiamata. È un compromesso tra la difficoltà data dall’esigenza, visti i problemi di Pio Esposito e Bonny, e la non forzatura di aver messo un 3-4-2″, ha spiegato. Ha però sottolineato come variare le rotazioni rispetto agli automatismi abituali comporti un costo, specialmente quando l’avversario aggredisce fin dai primi minuti e non lascia spazio per rientrare in partita.
Il passaggio più netto riguarda le critiche rivolte a Chivu. “Le critiche a Chivu sono eccessive”, ha detto Adani, ricordando che prima del derby l’Inter aveva fatto “la miglior partenza della sua storia, da quando è nata”. Ha aggiunto che l’allenatore è tra coloro che si oppongono a chi ritiene la squadra perfetta, mettendola in guardia, e che questo atteggiamento non è stato adeguatamente riconosciuto.
Sul piano della responsabilità, però, Adani è diretto: il punto debole di Chivu riguarda la gestione mentale del gruppo. “L’Inter, ripeto, quella partita è particolare, perché c’è anche un aspetto mentale”, ha precisato. Ha poi citato le parole dello stesso allenatore dopo la gara — “Dobbiamo ritrovare umiltà” — come conferma di un problema reale, già segnalato dallo stesso Adani nella sua analisi.
Adani ha anche sottolineato che nel contesto di classifica nessuna squadra molla: ieri hanno vinto sei delle prime sette in graduatoria, con l’unica eccezione dell’Inter. Un dato che, secondo lui, rende ancora più urgente rinnovare idee e stimoli all’interno del gruppo. L’analisi si è chiusa con un accenno agli errori difensivi, citando il gol di Pulisic come esempio di una marcatura mancata — “non era mai stato guardato da nessuno” — e il comportamento di Bisseck in quella circostanza.