Cordoba: “Inutile terminare il campionato. Cercato da Milan e Juve? Sarò sempre fedele all’Inter!”

Cordoba: “Inutile terminare il campionato. Cercato da Milan e Juve? Sarò sempre fedele all’Inter!”

L’ex numero 2 nerazzurro ha parlato a tutto tondo in una diretta Instagram

di pietromagnani

Ivan Cordoba ha parlato in diretta Instagram sulla pagina ufficiale de La Gazzetta dello Sport per la rubrica “A Casa con Gazzetta”, che accompagna quotidianamente i tifosi per allietare questa dura quarantena con lunghe ed amichevoli chiacchierate. Ecco le dichiarazioni dell’ex difensore nerazzurro.

Come passi le giornate in questa quarantena?

“Ci dividiamo i compiti in casa io e mia moglie, come penso facciamo tutti. Poi abbiamo un piccolo di 4 anni in casa che ci tiene occupati. Facciamo dei giochi, ci distraiamo come possibile”

Fai anche pulizie e faccende di casa?

“Faccio quello che dice mia moglie, il boss! Bisogna tenere duro, alla fine ti chiedono di stare a casa per il bene nostro e di tutte le altre persone”.

Quanto ti manca il calcio giocato? Anche solo da spettatore

“Mi manca moltissimo, ma è qualcosa che piano piano si continua a digerire, perché avendo giocato così tanto tempo e poi  avendo smesso ci fai il callo. All’inizio soffri ma poi inizi a goderti tutto quello che una volta ti perdevi per le trasferte, la famiglia”.

Manchi tanto in questa difesa dell’Inter, ti troveresti a tuo agio?

“Mi piacerebbe, penso sarebbe molto facile giocare coi centrali che ci sono adesso, mi renderebbero la vita molto più facile”.

Cambia tanto giocare a 4 o a 3?

“Sì, cambia molto. Perché i movimenti e i compiti sono diversi. Soprattutto per gli esterni. Il centrale ha una vita più facile, anche se ha un compito molto diverso. I due più esterni nella difesa a tre devono salire in fase offensiva eppure essere in grado di fare i difensori centrali in fase di contenimento”.

Tu da grande professionista che posizione hai sul taglio degli stipendi?

“Io non avevo mai sentito di questa situazione, lo sento adesso da parte tua. Io penso che tutto il paese e tutto il mondo vivono un paese particolare. E questo va a toccare tutte le persone in tutti i sensi, economico, lavorativo, sentimentale. La mancanza dei cari fa molto male, è la parte peggiore. Ma tutti possiamo fare un sacrificio dal punto di vista economico. Dobbiamo essere solidali. E se rinunciare a una piccola parte dello stipendio da calciatori può aiutare chi ha bisogno, sono completamente d’accordo”.

C’è una persona al mondo a cui stai antipatico? Sei simpatico a tutti!

“Magari qualche avversario, dopo qualche contrasto un po’ duro…”.

Vedremo quando ripartirà la stagione, ma secondo te ha senso riprendere il campionato dopo una sosta così lunga? Ne vale la pena per te? Va concluso?

“Io ti dico che questa è una situazione totalmente anomala. Per me non esiste, per quanto lo sport faccia bene a tutti quanti, avere al centro il calcio. Quando il mondo ripartirà bisognerà innanzitutto aiutare chi avrà bisogno. I giocatori dovranno allenarsi, potranno continuare il loro lavoro. Ma non ha senso terminare un campionato del genere. Lo sport deve continuare perché fa bene alla salute e alla testa, ma non deve essere un obiettivo fondamentale finire il campionato. Ci sono priorità più importanti. Se ci assicurano che dopo un certo periodo non si rischia il contagio e la situazione torna normale è un conto, ma nessuno può farlo. Dobbiamo tenere duro il più possibile finché tutto passa”.

Quanto saltavi da fermo?

“75 centimetri? (ride, ndr)”.

Il più forte attaccante che hai dovuto marcare?

“Tanti. In assoluto quello che ho temuto di più era Ronaldo. Perché non sapevi come marcarlo, potevi solo sperare di anticiparlo, ma se sbagliavi era gol”.

Un attaccante che a fine partita ti ha detto che lo hai distrutto? Che non ha visto palla per causa tua?

“Nel calcio italiano c’erano tanti attaccanti forti e “fastidiosi”. A me piacciono gli attaccanti che sanno dare fastidio ai difensori, tipo Inzaghi o Sheva. Ti spronavano a dare il massimo”.

Prima di andare all’Inter sei stato vicino alla Juve?

“La prima squadra che si è interessata è stato l’Udinese. Poi mi ha detto Braida che mi cercò per il Milan, ma a me non arrivò nessuna proposta o voce a riguardo. Poi quando ero all’Inter mi cercò il Real Madrid, ma questo lo sanno tutti. Io però feci una promessa a Moratti e rimasi all’Inter”.

Prima di questo stop, che impressione ti ha fatto l’Inter?

“Penso sia stata un’ottima stagione. Avevano un compito non facile, avvicinarsi alla vetta della classifica è stato qualcosa di importante. Tutti sono convinti verso l’obiettivo ed è l’unica via percorribile. Ci vorrà ancora tempo, ma la mentalità è giusta. Chi arriva all’Inter deve capire che ci arriva per vincere, non per arrivare in Champions. E quest’anno lo hanno dimostrato, hanno affrontato il campionato nel modo giusto”.

Cosa pensi di Conte?

“Io all’inizio la pensavo come tutti i tifosi dell’Inter. Perché era difficile da accettare che una bandiera della Juve venisse da noi. Ma è lavoro. Poi i risultati, la gestione della squadra, la maniera in cui ha difeso i colori, stiano facendo crescere la fiducia. Lui è un allenatore molto forte, lo ha già dimostrato ampiamente. E a noi serviva un allenatore con mentalità vincente, oltre a giocatori che hanno avuto la possibilità di vincere, perché aiuta tutti l’ambiente a crescere”.

Parlaci di Cuper

Cuper è la persona che secondo me ha gettato le basi per un’Inter vincente. Lui ha iniziato a dare un’organizzazione e un lavoro volti a dare il massimo in tutti i sensi. Lavorare con lui è stata una bellissima esperienza, nonostante quello che ho successo. Ho bei ricordi e tanto rispetto per lui”.

Il goal che porti nel cuore?

“Ovviamente quello della Copa America, ma anche il primo all’Inter contro il Lecce in Coppa Italia. Sai fare goal per un difensore è qualcosa di sublime, perché non è il nostro mestiere. Quindi il primo goal con l’Inter me lo ricordo tanto. Il più bello quello in Inter-Napoli con Mou in panchina. Non so neanche io bene come ho fatto a fare quel goal. O quello al Newcastle“.

Il tuo sogno da realizzare da adesso in avanti nella tua vita?

“Mi piacerebbe molto lavorare con la mia nazionale, però punto al massimo. Quindi mi piacerebbe fare il presidente della mia federazione. Perché penso che si possano fare tante cose bene e che per tanto tempo le stesse persone hanno preso le decisioni. Quindi serve un rinnovamento, bisogna andare di pari passo con il calcio che è sempre in evoluzione. Cambiano in tutte le parti del mondo, innovano, noi invece siamo rimasti con la mentalità vecchia. E così è difficile sperare di essere protagonisti a livello mondiale. Siamo vicini, ma non facciamo mai il passo successivo”.

A livello tecnico la Colombia è sempre stata forte e potrebbe fare qualcosa di più

“Assolutamente. Perché la nazionale forte ha bisogno anche di una federazione forte. Ma da noi c’è qualcosa che non va anche se abbiamo una squadra fortissima”.

Parlaci di Samuel Eto’o

“Che dire, penso lo abbiate visto tutti che giocatore fosse. Posso dire qualcosa a livello umano. Lui è una persona che cerca sempre di dare consigli, agli altri attaccanti, ai giovani. Cerca sempre di aiutare i compagni. Era un allenatore “nascosto”, condivideva la sua esperienza. Era un attaccante che ti faceva sempre partire con un vantaggio rispetto agli avversari”.

Perché non sei mai andato al Milan?

“Perché no, non esiste”.

La partita della svolta in Champions nel 2010?

“Quella con la Dinamo fu una sofferenza tremenda fino al goal che ci fece andare avanti. Però ci diede una carica enorme e tanta consapevolezza. Il Chelsea è stata la conferma, la scoperta di un modulo tattico che è stato devastante per le altre squadre. Li abbiamo trovato la quadra giusta per vincere tutto”.

Il tuo parere su Murillo? Cosa gli è mancato per fare bene all’Inter?

“A me è dispiaciuto moltissimo perché per tante partite ci ha fatto vedere di avere i mezzi per fare una grande carriera all’Inter. Poi non so se è capitato in un brutto periodo, dove l’Inter era molto irregolare. Ma non è stato l’unico ad avere problemi in quel periodo. A me dispiace perché secondo me ha grandi doti, ma ci sono tanti fattori che noi nemmeno conosciamo, ognuno ha i suoi problemi”.

L’allenatore che ti ha dato di più? Quello a cui sei più legato?

“Io sono molto legato al mio primo formatore, se non fosse stato per lui, per i miei genitori, non sarei mai arrivato dove sono arrivato. Tutti mi dicevano che ero piccolo, che non potevo giocare, ma mi ha dato la mentalità di poter fare tutto quello che mi prefissavo. Poi quando arrivi a certi livelli non c’entra molto la tattica, ti leghi a un allenatore per il rapporto. Darei un dispiacere a nominare qualcuno che è passato dall’Inter, ma ognuno ha cercato di fare il massimo per la squadra. Ma è indiscutibile che il periodo iniziato con Mancini e finito con Mourinho è stato fantastico. A me hanno lasciato tantissimo in quei 6 anni insieme”.

Qual è la maglia che conservi più gelosamente?

“La numero 2 che dopo la morte di Andres Escobar era stata ritirare e poi diedero a me in nazionale. Quella della finale di Copa America, la mia prima 2 all’Inter, che conquistai dopo 6 mesi. E poi quelle speciali. Ricordo che un magazziniere del Milan mi aspettò fuori dal cancello per darmi la maglia di Andres Escobar della finale di intercontinentale del 1990. Volle darla a me perché conosceva la mia storia. Io chiamai i genitori, volevo darla a loro, ma non vollero. Mi dissero “siamo tranquilli se la maglia l’hai tu, va bene così”. E poi tutte quelle delle finali con l’Inter”.

Come cambiò il rapporto con Mou dopo quel famoso Atalanta-Inter?

“Ci fu un confronto un po’ teso, ma fu giusto così. Secondo me abbiamo fatto bene, ci siamo detti le cose in faccia e da lì è nato un rapporto totalmente diverso e che si è rivelato positivo per la squadra. Tutte queste cose ci stanno ed è giusto che non si vengano a sapere”.

Quando Mourinho disse “se ho capito cosa vuol dire essere interisti è grazie a quel signore lì” e indicò te come l’hai presa?

“Lo serbo nel cuore quel momento. Perché lui aveva capito tutto quello che era l’Inter, quello che avevamo provato nel calcio italiano. Lui all’inizio non capiva, ma piano piano lo ha riconosciuto e ha capito quello che io volevo fargli capire”.

Quanto è stato emozionante per te sollevare la Coppa Italia del 2005 da capitano?

“Ricordo che festeggiammo quella Coppa Italia come se fosse la Champions League negli spogliatoi. E ricordo che Moratti disse: “Bello vedere la gioia di questi ragazzi, anche se un po’ esagerata forse…”. Ci togliemmo un peso da sopra incredibile. Da lì in poi siamo stati consapevoli della nostra forza”.

Per te Adriano al top valeva Ronaldo?

“Io stimo moltissimo Adriano, ma penso che anche lui sia consapevole che facendo il suo massimo non sarebbe arrivato al livello di Ronaldo. Ma nessuno poteva arrivare al suo livello, nessuno”.

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