16 Maggio 2020

Milito sui compagni: “Per Samuel non prendere gol era una questione d’onore. Muntari picchiava come un fabbro!”

Il Principe nerazzurro si racconta in un'intervista in cui ricorda anche i suoi compagni, argentini e non solo

In occasione del decimo anniversario della vittoria dello Scudetto nell’anno del Triplete, Diego Milito ha rilasciato una lunghissima intervista ai microfoni di SportWeek per ricordare quell’annata. Dopo la prima, ecco la seconda parte della stessa.

Cambiasso – “Il Cuchu è il compagno tatticamente più intelligente col quale abbia giocato. Era un allenatore in campo, vedeva il gioco prima degli altri. Conosceva la sua forza e le sue debolezze, e questo fa di un calciatore un grande calciatore. Sapeva di non essere veloce, di andare in difficoltà in campo aperto e perciò teneva sempre la squadra corta. In ritiro eravamo in camera insieme. Stavamo tutto il tempo a guardare la TV, film argentini, poi io mi addormentavo un po’ prima. Con lui e Zanetti ci spostavamo a bere il mate in camera di Samuel, perché era lui a prepararlo. Con Walter dormiva Pandev che si lamentava perché non lo lasciavamo riposare”.

Samuel – “Una delle migliori persone che ho conosciuto fuori dal campo, dotata di una bontà particolare. Ma in campo si trasformava: duro, grintoso, cattivo. Quante volte gli ho giocato contro, in Argentina o in allenamento, all’Inter e in nazionale. Avevano ragione a chiamarlo ‘Il Muro’: tatticamente formidabile, per lui era una questione d’onore non far segnare l’attaccante”.

Amici fuori dal campo – “Si usciva insieme a cena. Certo, tra gli sposati con figli, com’ero io, era più facile combinare che con Balotelli, per esempio. Lui era molto giovane, aveva giri diversi. Noi andavamo al ristorante, lui in discoteca. Ma eravamo davvero un gruppo formidabile e unito: ricordo le grigliate alla Pinetina a fine allenamento, tutti insieme, compresi gli italiani ed Eto’o, a fare sera mangiando e ridendo».

Balotelli – “Un ragazzino che sbagliava tante cose per via dell’età. Materazzi gli parlava tanto. Tutti gli parlavano tanto. Anche io: per consigliarlo, aiutarlo”.

I brasiliani – “Con Julio Cesar avevo un rapporto speciale. Abitavo in zona San Siro, lui stava al piano sopra al mio. Le nostre mogli erano amiche, andavamo al centro sportivo di Appiano Gentile insieme. Poi, certo, nelle partitelle erano sfottò: io gli dicevo in che maniera gli avrei fatto gol, lui rispondeva che me le avrebbe prese tutte”.

Mourinho – “Sì, serviva uno come lui per tenerci insieme. Lui sapeva come si guida una squadra simile: trovando un compromesso fra tutti per raggiungere l’obiettivo. Tirava fuori il meglio da ognuno, alternando bastonate e carezze. A me, in partita, ha anche urlato contro: sapeva che i rimproveri, anche quelli forti, gridati, mi caricavano a mille”.

Gli italiani – “Fondamentali. Si diceva che quell’Inter era poco italiana, e questo li faceva sentire ancora più importanti e coinvolti all’interno del gruppo. Matrix e Toldo ci tenevano allegri, erano dei leader in una squadra che ne aveva tanti, di leader. E altrettanti personaggi: Muntari, per esempio. Era davvero un tipo originale, e in allenamento picchiava come un fabbro”.

Eto’o – “Sono orgoglioso di aver giocato insieme a lui. Io più attaccante d’area, lui capace di giocarmi vicino come, invece, più esterno, adattandosi anche al lavoro sporco. Per l’Inter si è messo a disposizione, sacrificandosi pure come terzino”.

Momenti più importanti di quella stagione “Kiev, in Champions. Siamo sotto 1-0 a quattro minuti dalla fine, è novembre e siamo fuori dalla Coppa. Mou nell’intervallo ci aveva caricato come solo lui era capace, in campo non ci arrendiamo, la ribaltiamo io e Sneijder, nel recupero. Ancora la Champions, gli ottavi contro il Chelsea. Era la squadra da battere, avevamo pregato perché il sorteggio ce li tenesse lontani. Al ritorno in casa loro segnò Eto’o e passammo giocando una delle nostre partite migliori. Infine, la semifinale contro il Barcellona: 3-1 in casa, 0-1 fuori, in dieci. Durissima ed esaltante”.

Parlare del Triplete in spogliatoio – “Sì. Per noi era un sogno, e questo ci ha dato la forza di realizzarlo. Mou ci ripeteva che dovevamo sognare: ‘È bello che lo facciate, ma non dovete trasformare il sogno in ossessione’. Ci siamo riusciti e abbiamo vinto”.

Secondo gol al Bayern il tuo più bello di sempre – “La finta con sterzata su Van Buyten e il tocco sull’uscita di Butt: bello, sì. Ma quello contro la Roma, nella finale di Coppa Italia, un destro in corsa a incrociare sul secondo palo, lo metto sullo stesso piano”.

Più tuo lo Scudetto o la Champions – “Mi sono goduto molto lo Scudetto. Fu una sofferenza lunga un anno, a un certo punto sembrava che ci fosse sfuggito…”.

Dubbi sul futuro dopo la finale di Madrid – “Fu un errore. Nei miei anni all’Inter ho avuto offerte per andar via, ma quando si sta bene in un posto non bisogna lasciarlo. E io non l’ho fatto”.

Cosa ti ha dato l’Inter come uomo – “Mi ha fatto crescere, mi ha fatto amare una città. E poi mio figlio è tifosissimo, un’altra è nata a Milano…”.

Rivederti nei panni del dirigente – “Non si sa mai quello che può succedere. All’Inter conservo rapporti eccellenti e tutti sanno che amo il club e Milano”.

Cosa manca oggi per tornare grande – “Solo un po’ di tempo”.

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