L’Intertinente – “Qui vige l’uguaglianza: non conta un c***o nessuno”: i principi del sergente Hartman applicati all’Inter di Conte

L’Intertinente – “Qui vige l’uguaglianza: non conta un c***o nessuno”: i principi del sergente Hartman applicati all’Inter di Conte

Una rubrica per rafforzare un concetto: l’impertinenza di essere nerazzurri

di Alex Angelo D’Addio

La prima uscita stagionale, battezzata dal trionfo contro il Lugano per 1-2, ha registrato la conclusione della settimana di ritiro in terra elvetica e ha gettato le basi di un’Inter che all’esordio si è mostrata discreta e pimpante. Malgrado le assenze – nei casi migliori per soste post-Nazionali, e in quelli peggiori per esclusioni tecnico-gestionali – di alcuni scudieri di punta che ne comporranno il granitico plotone futuro, lo schieramento elaborato da Antonio Conte ha fornito segnali incoraggiati ed indicazioni preziose, in vista della tournée asiatica e soprattutto in rapporto agli iniziali commenti sulla effettività del suo operato.

Pur senza Barella – il quale, nelle idee contiane, sarà la combinazione perfetta tra le istanze di contenimento, le esigenze di costruzione, e il supporto offensivo – e senza attaccanti che possano suffragare l’ordine e l’elasticità di un 3-5-2 – che gli icardiani si mettessero l’anima in pace, ché nemmeno il loro pupillo sarebbe idoneo -, le istruzioni dell’allenatore leccese sembrano comunque già aver trovato un soddisfacente riscontro.

Infatti, l’autorevolezza di occupare con criterio ogni zona del campo e la tenacia di non arrendersi su qualsiasi circostanza di gioco, sono state una costante nelle sessioni quotidiane e nei 90’ di domenica, nonché cardini della filosofia di Conte, da cui tutti sono stati ammaliati per mentalità e capacità, non lesinando dichiarazioni e commenti lusinghieri sul suo approdo e rimarcando l’inversione di rotta dell’ambiente – si pensi ad Handanovic e all’ode sulla riconquista di valori che parevano perduti in quel della Pinetina.

Di certo, non è la trionfale prova con il modesto avversario svizzero a galvanizzare squadra e tifosi – giunti in massa a partecipare all’inaugurazione della nuova annata -, quanto invece la sensazione che il polso di Conte abbia già azzerato il lassismo e la sfacciataggine che hanno contaminato il mondo nerazzurro negli anni recenti.

Ecco quindi che, apprezzando il neonato corso dall’osservatorio della letteratura cinematografica, un parallelismo tra Conte e il Sergente Maggiore Hartman – magistralmente interpretato dal compianto Ronald Lee Ermey, nel capolavoro “Full Metal Jacket” del maestro Stanley Kubrick – non è azzardato. Oltre allo strabordante carisma della sua personalità e alla trascinante esagitazione che sempre riserva a bordo campo, la neo-guida interista ha declinato il motto del personaggio della pellicola del 1987 “Qui vige l’uguaglianza: non conta un c***o nessuno” – la perfetta traslazione in italiano del meno colorito “Here you are all equally worthless” – in un inno alla riforma della tavole della Legge di Appiano Gentile e alla restaurazione dei rapporti con la stampa e la pubblica opinione.

I mutamenti nell’ambito della comunicazione e nella densità dei carichi atletici sono il credo che Conte ha attuato in tutte le sue passate esperienze e che ha prontamente introdotto anche all’Inter. In primis, l’imperscrutabilità nella presentazione di due domeniche fa a qualsiasi domanda gli venisse posta e l’isolazionismo dalle distrazioni mediatiche hanno da subito ammaestrato le bocche di fuoco della polemica, e stanno tracciando una linea di condotta non conforme a quelle sorbite nei quasi 10 anni dal post-Triplete, ove sovraesporsi pubblicamente veniva scambiato non solo per necessario, ma addirittura per imprescindibile. Seppur confuso con la diffidenza, il parsimonioso approccio di Conte è la chiave della svolta tanto bramata, che amalgama il gruppo che si riconosce in lui – De Vrij e Skriniar dixit – e che reagisce con indifferenza alle vicende extra-campo.

In secondo luogo, poi, l’eterodossa e rigida metodologia della preparazione fisica ha avuto una duplice funzione: sfoltire la rosa sgravandola dagli elementi superflui – Dalbert, Joao Mario, e via discorrendo -, e fin dall’inizio predisporre al sacrifico, come foriera di risultati e di soddisfazioni. Indubbiamente, occorre ancora molto – le acquisizioni di Lukaku e di Dzeko – perché la competitività del Biscione torni a prendere quota, ma il programma della versione salentina del Sergente Hartman non dispiace: io voto Antonio!

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