È il campionato più incerto di sempre?

Ce la farà la Serie A ad evitare un nuovo stop? Come farà a tutelarsi dalla pandemia?

di Luca Boetti

Dopo i casi di positività di Ibrahimovic e Duarte, anche Bastoni, Skriniar, Gagliardini e Nainggolan devono fare i conti con l’infausto esito dei tamponi fatti a ridosso del derby di Milano. La stracittadina milanese è fissata per il 17 ottobre, con Conte e Pioli alle prese con una situazione ancora oscura e che, fino ad ora, li ha già privati di giocatori fondamentali per le loro rispettive scacchiere.

Quelli delle milanesi non sono però gli unici casi di positività al Covid-19 che fermano il regolare svolgersi della Serie A: dopo i casi di Boga (guarito da pochi giorni dopo settimane di positività), i ben 17 positivi in casa Genoa e la partita tra Napoli e Juventus assegnata a tavolino ai bianconeri (o rinviata? Si pronuncerà il Tribunale sportivo), la Seria A sembra faticare non poco a ritrovare la sua normalità, dovendo fare i conti con una pandemia che in Italia avanza sempre di più e con un protocollo sanitario da seguire tutt’altro che chiaro.

La situazione sembra oggi ben lungi dal potersi risolvere, e il calcio italiano difficilmente potrebbe sopportare un altro stop come quello della stagione passata. Nell’ipotizzare il peggior scenario possibile, dove il calcio sarebbe costretto a cambiare del tutto le sue abitudini per non rimanere travolto da altri mesi di fermo categorico, Gravina ripropone la formula delle final eight sul modello di play off e play out per Scudetto, Champions League, Europa League e retrocessioni, mentre il D.S. del Genoa Faggiano rilancia il modello NBA, per il quale andrebbe creata una “bolla” dove chiudere i giocatori e impedire ogni contatto con l’esterno, in modo da terminare il campionato con la sicurezza che il contagio non penetri all’interno delle strutture in cui verrebbero confinati i calciatori.

Francamente, la prima soluzione sembra impraticabile per motivi legati ai diritti televisivi (ci sarebbero meno partite da giocare, e quindi meno da trasmettere) e per un’eccessiva imprevedibilità nell’assegnazione di obbiettivi importanti (uno Scudetto vinto grazie a una partita secca appare un’eresia alle orecchie di molti).

La soluzione sul modello del basket americano è invece logicamente più attuabile, a patto di passare sopra al fattore psicologico e umano che costringerebbe calciatori e staff di Serie A a vivere totalmente isolati dal mondo per 4 o 5 mesi (nemmeno la fantasia di George Orwell saprebbe concepire una costrizione più brutale).

Come fare quindi a conciliare le esigenze socio-sanitarie (protette, giustamente, dal Ministro Speranza) con quelle economico-sportive (che più che in Spadafora, trovano un insospettabile sostenitore nel Governatore Bonaccini)?

Il protocollo proposto dal Governo sembra ad oggi inadatto a soddisfare i bisogni di certezza di cui la Serie A ha un disperato bisogno, tra distribuzioni di competenze poco chiare, norme sull’isolamento opache e la possibilità di sfruttare dei buchi normativi in modo sibillino (come qualcuno ha ipotizzato abbia fatto il Presidente De Laurentiis).

Il calcio in Italia crea un indotto economico considerevole, occupando migliaia e migliaia di lavoratori e partecipando in modo sensibile al Pil nazionale. In più va considerata la rilevanza sociale del fenomeno del pallone, che per milioni di italiani è sinonimo di tradizione, passione, svago e aggregazione familiare.

Il protocollo stilato dalla Uefa potrebbe perciò venire in aiuto alle società: il testo in merito è chiaro, sancendo che una squadra può regolarmente scendere in campo a patto che possa schierare almeno 12 giocatori tutti negativi ai covid-test (se non fosse possibile raggiungere tale numero, la partita va considerata assegnata a tavolino alla compagine avversaria). Non è previsto qui nessun intervento delle autorità sanitarie locali, avendo preferito la Uefa affidarsi al rapporto offerto dai club in merito allo stato di salute dei propri calciatori. Le squadre sarebbero qui maggiormente responsabilizzate e, soprattutto, non dovrebbero subordinare le loro decisioni a quelle delle autorità sanitarie locali, come nel caso di Juventus-Napoli.

Questa soluzione non risolve ovviamente il problema legato al propagarsi del contagio, ma comunque rende più snello il procedimento decisionale sullo svolgimento delle singole partite, velocizzando le procedure e lasciando ai diretti interessati la possibilità di decidere.

Quale che sia il destino della Serie A e il futuro della pandemia in Italia e in Europa, è fin da ora necessario ripensare i rapporti tra il calcio e la politica, e favorire un maggiore dialogo fra i club di Serie A per garantire collaborazione e trasparenza reciproche. In Inghilterra, Germania, Francia e Spagna, paesi che al contrario dell’Italia vedono la curva dei contagi impennarsi in modo massiccio (ad eccezione della sola Germania, che però comunque ospita uno dei maggiori campionati del continente), il regolare svolgersi del campionato non sembra essere minimamente in dubbio, forse proprio grazie ad una maggiore comunicazione e collaborazione fra società e chiarezza dei protocolli.

Servono norme chiare e applicazioni conformi, tenendo a mente che uno stop totale sarebbe un’eventualità da evitare a tutti i costi e che, comunque, la situazione potrebbe evolversi in qualunque momento. L’appello non è più ormai quello per riaprire gli stadi, ma per evitare che la Seria A sia costretta a fermarsi e, con lei, la passione e la ricchezza di un paese intero.

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