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Prima fuori dal progetto, poi il gol nel derby. Ora un titolare: così Eriksen si è (ri)preso l’Inter

Davide Ricci

Era il 13 gennaio e l'Inter faceva visita alla Fiorentina per gli ottavi di finale di Coppa Italia in gara secca. Una partita importante, da non sottovalutare ma dopo quattro giorni a San Siro sarebbe arrivata la Juventus in campionato e dunque Antonio Conte decise per un turnover leggero, piazzando Christian Eriksen al posto di Marcelo Brozovic nel ruolo di regista. Al suo fianco Roberto Gagliardini ed Arturo Vidal. I nerazzurri passano il turno ed il danese inizia a far intravedere sprazzi di qualità e quantità, telecomandato dal mister. La svolta definitiva - però - avviene due settimane dopo quando, sempre in Coppa Italia, di fronte c'è il Milan capolista. E' il minuto 97 e Lautaro Martinez si guadagna una punizione da posizione favorevolissima per il piede più che educato di Eriksen: gol e qualificazione. Tutti i compagni corrono ad abbracciarlo, felici come se avessero segnato loro la rete della vittoria.

 Christian Eriksen, Getty Images

 

In quell'abbraccio ci siamo racchiusi un po' tutti. Aspettavamo da tempo una prodezza del genere e vederla in un match così importante e delicato come un derby è stata una gioia difficile da descrivere. Da lì in avanti il suo percorso è stato tutto in discesa. La conferma da registra contro il Benevento, il cambiamento in mezzala contro la Juventus e contro la Lazio. Ieri sera il danese ha disegnato calcio, mettendo d'accordo tutti i giudizi, dando respiro a Marcelo Brozovic nella manovra ed imbucando alla perfezione per i due attaccanti. Da un suo passaggio - infatti - nasce l'azione del rigore dell'1-0. Le parole di Conte a fine partita forse sono il segnale migliore: finalmente Eriksen c'è e si vede. Il suo processo di ambientamento sembra ad essere a buon punto ed anche quando è stato intervistato ai microfoni di Sky Sport all'intervallo lo abbiamo potuto notare. Certo, la strada è lunga e l'italiano è una lingua complessa, ma già la volontà di provarci a differenza di suoi colleghi che sono in Italia da più anni (e non facciamo nomi) fa molto.

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