Un triplete da giocatore, un doblete da allenatore. L’emozione di trovarsi dall’altra parte e di guidare la squadra del cuore l’ha raccontata Cristian Chivu in una lunga intervista a DAZN, realizzata da Andrea Marinozzi. Di seguito un estratto.
Siete stati la migliore versione di voi?
“Con alti e bassi, perché bisogna accettare anche questo, fa parte del percorso, fa parte del processo, però come status di quello che abbiamo cercato di trasmettere è sempre stata tutti i giorni la miglior versione nostra. Poi la partita è una storia a sé, una storia a parte, dipende anche da migliaia di situazioni in cui ti devi adattare, perché l’avversario non propone mai probabilmente spesso quello che tu prepari durante quei due o tre giorni che hai a disposizione per preparare la prossima partita. Quindi bisogna accettare che ci sono delle insidie che bisogna saper superare e le superi quando tu metti in campo la miglior versione tua di quello che hai in quel giorno specifico, sia dal punto di vista mentale che fisico”.
Che stagione è stata per lei?
“Meravigliosa, adesso a giochi fatti, ma dura perché mi sono trovato in una situazione con una certa responsabilità, con un gruppo di giocatori che è già affermato, con un certo valore, perché l’hanno dimostrato negli anni, negli ultimi 5-6 anni. Ed è stato dura, dura perché all’inizio ci sono tante incertezze, perché non sai come funzionano le cose. Anche se ho avuto la fortuna di conoscere questo gruppo, di conoscere questi giocatori, perché negli anni con la primavera spesso siamo andati ad Appiano, quindi un’idea di quello che sono loro dal punto di vista umano, personale, me la sono fatta nel passato. Però è stato bello, perché mi hanno messo alla prova di tirare anche da me stesso la miglior versione di me stesso”.
I tifosi hanno esultato col suo caschetto, perché ha vinto un interista. Che emozione è per lei?
“È un’emozione particolare che non ho mai perso in tutti questi anni, perché il bello dell’Inter è che quando arrivi e inizi a conoscere quella che è la storia, inizi a vivere personalmente quello che vuol dire vivere in questa società, in questa squadra, ti rimane dentro. Ti rimane dentro per sempre perché ha un modo di fare, un modo di percepire determinate cose che non le togli più dalla tua vita. Ho un grande riconoscimento per quello che è stato il mio passato, a partire dalla Romania, delle squadre in quale ho giocato, ma l’Inter, non perché sono 7 anni, ma perché è la parte più bella della mia carriera, probabilmente anche per la maturità raggiunta dal punto di vista umano, probabilmente anche perché l’estate che io arrivo a Milano conosco la mia futura moglie con cui sono tuttora insieme dopo 19 anni. Ho due figlie nate a Milano, quindi è una cosa speciale per me, è una cosa particolare e aver, parlando di quello che è stata la mia stagione, aver questa responsabilità e la possibilità di allenare la squadra che hai dentro il cuore, è bello, è bello e stressante, perché è una grossa responsabilità, perché non voglio deludere quelle che sono le aspettative delle persone che mi hanno dato questa opportunità, delle persone che hanno creduto in me. E poi i giocatori, soprattutto loro, perché mi conoscevano già prima, probabilmente avevano certi dubbi per quanto riguarda quello che sono io dal punto di vista umano, quello che sono io anche dal punto di vista tecnico, però ce l’abbiamo fatta insieme e ha un valore immenso, perché sì, avevo vinto da giocatore, ma vincere da allenatore è ancora più bello“.
Che cosa passava nella sua testa al triplice fischio di Inter-Parma?
“È finita, ho respirato, è sempre così nel calcio: vincere una partita è un sospiro di sollievo, perderla diventa una tragedia, un dramma perché ti vengono in mente cose che hai sbagliato, che avresti potuto far meglio, quello che sono state le letture durante la gara, quello che non ha funzionato, quello che magari non sono riuscito a trasmettere. Vincere è più facile, perché è un sollievo, ma nello stesso tempo ti fai anche un paio di domande. Ma direi che avevo speso già tanto nel fare certe esultanze durante la stagione, perché spesso sono andato in campo, spesso mi sono buttato in ginocchia, ho tirato fuori magari un po’ di tutto quello che avevo dentro. Questa, sì, era la ciliegina sulla torta su tutto quello che sono state le mie emozioni, senza mai perdere di vista quello che è stato il lavoro dei ragazzi, dello staff, della società, il sostegno anche del pubblico, dei tifosi. E sorridevo perché ero felice che è finita. Ed è finita nei migliori modi possibili, quello che credo un allenatore sogna, una persona sogna quando è messa in carico in un certo carico e con una grossa responsabilità. Ero felice per la mia famiglia che anche per loro era finita, perché l’hanno vissuta probabilmente con più tensione rispetto a quelle che sono stati le mie sensazioni in questa stagione. Ed è finita anche per i ragazzi che veramente ce l’hanno messa tutta”.